I segni che portiamo

henryVoncartfullI segni impressi sull’Agnello lasciati dalla crocifissione sono la dimostrazione dell’amore di Dio per l’umanità. Questo è il concetto di Apocalisse 5:6. “Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato”. Come le cicatrici di Cristo ci parlano delle enorme ferite subite al nostro posto durante il tempo della sua ultima testimonianza, così a noi viene dato l’inestimabile privilegio di portare i segni prodotti dalle sofferenze che subiamo a nome suo.

Questi segni contraddistingueranno, nell’eternità futura, la speciale schiera di Cristo composta da fratelli in armi, i pochi eletti, il cui amore per Lui è indiscutibile. Si tratta di un vero e proprio paradigma che spesso è stato registrato nel canone della letteratura occidentale: l’amore che professiamo è misurato dai segni che portiamo in nome d’esso.

L’Enrico V di Shakespeare ne è un indimenticabile esempio. Basato su un resoconto della battaglia di Agincourt del 1415, narra una storia di indomito coraggio, il cui protagonista, Enrico V appunto, non si scoraggia di fronte all’offensiva dei francesi, in numero nettamente superiore alle forze offensive inglesi. Il suo esercito si trova intrappolato vicino alla piccola cittadina francese di Agincourt, poco distante dal canale d’Inghilterra. Il malumore tra gli inglesi, stanchi ed in inferiorità numerica rispetto agli avversari è sempre più palpabile. Questi ultimi manifestano la loro preoccupazione per le loro sorti, maledicendo il re che li manda a morire senza la possibilità di redimersi prima l’animo. Enrico, conscio della situazione, replica che il dovere di un suddito è quello di servire il suo re, il quale non è però responsabile dell’anima del suddito stesso.

Nonostante il titolo che lo riveste ed il peso delle decisioni che lo aggrava, Enrico si scopre infatti uomo tra gli uomini, bisognoso di aiuto e coraggio. Leva così una preghiera al cielo, affinché Dio lo assista in battaglia. Centinaia di soldati lo abbandonano per tornare alle comodità delle loro case in Inghilterra, mentre, il consiglio di guerra, senza l’approvazione del Re, decide per l’arresa con onore. È in questo cruciale momento che Enrico arriva, dove Shakespeare tratteggia uno tra i più celebri monologhi della letteratura, quando Enrico risponde al cugino Westmoreland, che si diceva perplesso per la disparità delle forze in campo, che non desiderava neanche un uomo in più, per non dividere la gloria di quei felici pochi che potranno dire di aver combattuto il giorno di San Crispino.

WESTMORELAND: Oh, se ora avessimo qui anche solo diecimila di quelli che in Inghilterra se ne stan oggi con le mani in mano!

ENRICO V: Chi è che dice così? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino.

Se destinati a morire, siamo abbastanza numerosi da costituire una perdita per il nostro paese. Se dobbiamo vivere, quanto più in pochi saremo, tanto più degni d’onore. Per amor di Dio, ti prego, non volere un sol uomo di più. Per Giove, io son tutt’altro che avido d’oro; e non m’importa di chi si nutre a mie spese, né me la prendo se c’è chi indossa i miei panni: nei miei desideri non trovan posto le cose esteriori.

Ma se è peccaminoso aspirare alla gloria, io sono il peccatore più inveterato che ci sia al mondo.

No, in fede mia, cugino, non volere un solo inglese di più.

Per la pace di Dio! Non vorrei perdermi un sì grande onore, che un solo uomo in più vorrebbe, credo, spartire con me, nemmeno in cambio della mia più grande speranza. Oh, non volere un sol uomo di più!

Proclama piuttosto, Westmoreland, a tutto l’esercito, che chi non ha abbastanza fegato per questa battaglia può pure andarsene: noi gli daremo un passaporto, e nella borsa gli metteremo anche i soldi del viaggio: noi non vogliamo morire in compagnia di un uomo che teme di essere nostro compagno nella morte.

Oggi è la festa di San Crispiano: chi sopravvive a questo giorno per rimpatriar sano e salvo, s’impennerà sui due piedi solo a sentirlo nominare, e fremerà al nome di San Crispiano.

Chi vedrà questo giorno e arriverà alla vecchiaia, ogni anno, alla vigilia, inviterà i suoi vicini a far festa, dicendo: “Domani è il giorno di San Crispiano!”.

Poi si rimboccherà la manica e mostrerà le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite mi son toccate il giorno di San Crispino”. I vecchi dimenticano; e lui dimenticherà tutto il resto, eppure ricorderà, con qualche dettaglio di troppo, le sue prodezze di quel giorno. Saranno allora i nostri nomi che lui avrà sulle labbra, come persone di famiglia: Re Harry, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saran di bel nuovo evocati fra i calici colmi.

E questa storia il brav’uomo insegnerà a suo figlio; e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da questo giorno sino alla fine del mondo, senza che in esso ci si ricordi di noi: noi i pochi, i pochi eletti, noi fratelli in armi. Giacché chi oggi versa il suo sangue con me sarà mio fratello: per quanto di bassi natali, in questo giorno si farà nobile la sua condizione.

E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto, si danneranno l’anima per non esserci stati, e si sentiran menomati, quando prende la parola un uomo che combatté con noi il giorno di San Crispino.

Poi si rimboccherà la manica e mostrerà le sue cicatrici … Immagina, nessuna cicatrice da mostrare nel giorno delle nozze dell’Agnello e niente accesso al corpo speciale di quei fratelli in armi, quei pochi felici eletti che hanno versato il sangue per la causa di Cristo, la compagnia di uomini coraggiosi che siede vicino al Re Gesù.

Quanto amiamo Cristo? I segni che portiamo racconteranno la verità in quel giorno!

 E ora figlioli, rimanete in lui affinché quand’egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna (I Giovanni 2:28).