Svelare i numeri dell’Apocalisse (XX)

L’immagine della Bestia (parte 1)

Immagine della bestia - Apocalisse 13 (Sequenza Profetica)In Apocalisse 13 l’attenzione è rivolta interamente sulla Bestia, che è nota come Anticristo nella prima metà della settantesima settimana di Daniele, e sulla Seconda Bestia, nota come Falso Profeta, oltre che sull’adorazione dell’immagine della Bestia, “istituzione” stabilita dallo stesso Falso Profeta. Tale immagine della Bestia costituisce il risultato finale degli sforzi del Falso Profeta rivolti allo scopo di

sedurre gli abitanti della terra con i prodigi che le fu concesso di fare in presenza della Bestia, dicendo agli abitanti della terra di erigere un’immagine della Bestia che aveva ricevuto la ferita della spada ed era tornata in vita” (Apocalisse 13:14).

Quindi, gli abitanti della terra sono gli artefici effettivi di tale immagine, sotto le direttive del Falso Profeta. E questa immagine subisce all’improvviso una “metamorfosi”, in quanto al Falso Profeta “fu concesso di dare uno spirito all’immagine della Bestia affinché l’immagine potesse parlare e far uccidere tutti quelli che non adorassero l’immagine della Bestia” (Apocalisse 13:15). In tal modo viene istituita “l’adorazione dell’immagine della Bestia”, per la seduzione degli abitanti della terra.

In precedenza abbiamo discusso di come il “ministero del Falso Profeta”, oltre a scimmiottare il ministero dello Spirito Santo, comprenda non solo gli elementi riguardanti l’immagine della Bestia e la sua adorazione, ma anche un sistema economico che, durante la seconda metà della settantesima settimana, sarà oltremodo ampliato in quanto: egli

obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero che corrisponde al suo nome” (Apocalisse 13:16-17).

Quindi, coloro che sulla terra non accetteranno tale imposizione dovranno passare delle prove di portata enorme, poiché senza il marchio o il numero della Bestia (che è specificato essere “seicentosessantasei”, un numero d’uomo) non si potrà vendere o comprare, ossia mangiare, quindi si sarà condannati alla morte per fame o ad una vita di stenti, nell’ombra.

Vi sono numerosissime interpretazioni inerenti questo scenario e il suo significato, unitamente al significato del numero 666. Noi abbiamo stabilito di mettere queste immagini in relazione ad altri passi scritturali, che potranno assisterci nella decifrazione del loro “significato”, in base a quanto afferma Giovanni all’inizio del libro:

Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai Suoi servi le cose che devono avvenire tra breve, e che Egli ha fatto conoscere mandando il Suo angelo al Suo servo Giovanni.

(Apocalisse 1:1)

In tale verso il termine greco tradotto con “far conoscere”, significa letteralmente “comunicare attraverso segni” (da cui il verbo “significare”), con l’implicazione che si debba considerare il significato celato dietro ai “segni” che vengono comunicati. Per questo, tuttavia, dobbiamo fare i conti con le migliaia di interpretazioni diverse che sono state date alle immagini dell’Apocalisse nel corso dei secoli della storia umana.

Sia ben chiaro, però, che questo fatto non implica che l’aspetto letterale delle immagini presentate debba essere escluso. Ossia: Giovanni ha realmente visto una “Bestia che sale dall’abisso”, ma dietro questa immagine effettiva si cela anche una “realtà spirituale”, di significato profondo e fondamentale, ed è questo che noi ricerchiamo. Nel caso della Bestia, vediamo un uomo che si trasforma in una bestia (come accadde per il re Nabucodonosor), ossia che perde la ragione e si trova abbandonato allo sbando più assoluto (si veda Daniele 4:32).

Inoltre va aggiunto, a proposito del Falso Profeta, che egli giunge sulla scena in contemporanea alla Bestia, e ciò non è casuale, ma indica il fatto che i due (e si ricordi che due è il numero dei Testimoni), portano la “testimonianza” del Dragone, da cui derivano la loro autorità: “Poi vidi un’altra Bestia, che saliva dalla terra, e aveva due corna simili a quelle di un agnello, ma parlava come un Dragone. Essa esercitava tutto il potere della prima Bestia in sua presenza” (Apocalisse 13:11-12). Le “due corna” del Falso Profeta testimoniano della Bestia.

Sotto l’imperatore Cesare Augusto, che regnò nel tempo in cui nacque Gesù, venne istituito il culto imperiale, obbligatorio per tutti i sudditi di Roma. Tale culto veniva coltivato e difeso dalla guardia pretoriana, anch’essa fondata sotto Augusto. Quest’ultimo era diventato imperatore dopo la lotta di potere scoppiata alla morte di Giulio Cesare, nel 44 a.C., che Augusto vinse definitivamente nella battaglia navale di Azio (31 a.C.), contro Marco Antonio e Cleopatra. Al suo rientro a Roma dopo la vittoria, Augusto si fece nominare dominus mundi, cioè “signore del mondo” o “di tutte le cose conosciute”.

Molti critici affermano che le immagini della Bestia, del suo regno e della Seconda Bestia, descritte da Giovanni, non siano altro che allusioni all’impero, all’imperatore e alle istituzioni religiose ad esso riferite, aventi lo scopo di esercitare un controllo maggiore sulle popolazioni soggiogate.

Poiché nell’antica Roma la popolazione era già predisposta alla creazione di un culto imperiale, la caduta della Repubblica e lo stabilimento del Principato di Augusto, con l’effettiva esautorazione del Senato e del suo ruolo politico, fu agevolata e consolidata proprio dalla creazione di un culto che comprovava l’appartenenza al potere di Roma.

I Greci furono incapaci di istituire e progettare una struttura come quella imperiale romana, a dispetto di tutta la loro scienza e filosofia, ed anche per questo fatto “l’impero greco” di Alessandro Magno si frantumò immediatamente dopo la sua morte prematura. I Greci, pur avendo una tradizione religiosa antica e un pantheon di divinità molto ampio, non presero mai la religione in modo serio e fermo, a causa proprio delle loro tendenze umanistiche stimolate da menti inquisitorie e filosofiche, mentre i Romani avevano una tendenza diametralmente opposta che determinò una ben diversa gestione della realtà. I Greci erano considerati dai Romani un popolo “inconsistente”, ossia incapace di imporsi quegli assoluti necessari per lo stabilimento e la continuazione di un impero come fu quello di Roma. Quest’ultima comprese subito la forza della religione e il ruolo chiave che essa poteva giocare nell’espansione imperiale, perciò il culto dell’imperatore e del suo regno era necessario e venne attuato con la massima severità.

Pertanto, alla fine del regno di Augusto, il culto imperiale era già una realtà evidente e consolidata in tutti gli ambiti dell’impero. Augusto riuscì a manipolare sapientemente molti aspetti del culto ellenistico creato da Alessandro, in modo da farli apparire come unici e peculiari dell’istituzione romana. Egli incorporò il culto imperiale nelle pratiche religiose quotidiane, rendendolo parte vitale ed effettiva del suo governo.

“Augusto non costrinse mai il popolo romano ad adorarlo come dio, ma come un possibile dio in connessione con il potere romano. Introdusse gradualmente l’idea del culto del regnante nelle menti della popolazione, camuffandola all’interno delle pratiche religiose tradizionali. Il Foro di Augusto fu uno dei primi esempi dei molti e svariati modi che Augusto utilizzò per inserire l’idea del culto imperiale nella vita pubblica a privata romana. Dopo il regno augusteo, il culto era ormai fermamente radicato nell’impero e fu utilizzato dagli imperatori successivi come mezzo per il mantenimento del controllo del potere romano.” (Katherine Crawford, The Foundation of the Roman Imperial Cult, St. Olaf College)

Quindi l’imperatore, che si considerava “signore del mondo”, non si presentò esplicitamente come dio, ma soddisfò le aspettative dei suoi sudditi convincendoli che insieme, imperatore ed impero, potevano arrivare a considerarsi dei “potenziali déi”: lui, Cesare Augusto, signore del mondo, e loro, i suoi sudditi, riflesso della maestà del suo regno. Un’idea quanto mai astuta e funzionale.

La parola greca per “immagine” è eikon, da cui deriva il termine “icona”, che significa propriamente “rappresentazione, rassomiglianza, immagine”. L’opera dello Spirito Santo è “l’immagine di Cristo”, cioè la Chiesa del Dio vivente.

Ora, il Signore è lo Spirito; e dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella Sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito.

(2 Corinzi 3:17-18)

La trasformazione nella Sua stessa immagine è un’esperienza tanto comunitaria quanto individuale, per opera dello Spirito Santo, e per questo “tutti noi” possiamo essere considerati immagine di Cristo e Suo riflesso. Così comprendiamo il significato della metafora dello specchio, che trattiene (o contiene) un’immagine per rifletterla. Perciò, lasciamo che sia Cristo ad essere visto in noi, come fu per Mosè che riflesse sul suo volto la gloria di Dio che aveva vista. E questa immagine, che si riflette da noi singoli membri, si riflette da tutti noi, Sposa di Cristo e Sua immagine gloriosa.

La Chiesa del Dio vivente non adora se stessa, non è la propria gloria che considera degna di adorazione, bensì il Re della grazia e Re di gloria! Coloro che proclamano la maestà delle proprie tradizioni, la retorica delle proprie omelie, le buone opere delle proprie congregazioni, guardano a loro stessi e non allo Sposo, riflettendo la gloria di se stessi e non del Re.

È proprio per questo che, sotto il regime del Falso Profeta, coloro che non adorano l’immagine della Bestia vengono messi a morte:

Le fu concesso di dare uno spirito all’immagine della Bestia affinché l’immagine potesse parlare e far uccidere tutti quelli che non adorassero l’immagine della Bestia.

(Apocalisse 13:15)

 

di Doug Krieger © the Tribulation Network

edizione italiana a cura di Sequenza Profetica

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