I due testimoni e gli altri due uomini … (3)

Il Cristo post-incarnato e gli altri due uomini

J. Vernon McGee e John Walvoord considerano “l’uomo vestito di lino” (Daniele 12:6) come colui che si vede in Daniele 10:5-5 e 7:13-14, cioè una teofania del Cristo post-incarnato o glorificato, lo stesso Figlio dell’uomo glorificato che troviamo in Apocalisse 1:13-20 che, dal centro dei setti candelabri d’oro, parla alle chiese. Quindi, non c’è una gloriosa connessione tra Israele e la Chiesa in Daniele 7, 10, 12?

Egli è presente nella sua forma di Agnello prima della fondazione del mondo (Apocalisse 13:8). È Colui che nell’Apocalisse cammina tra le chiese e in Daniele parla ai due Testimoni per informarli del tempo (“un tempo, dei tempi e la metà di un tempo” o “quarantadue mesi”) in cui essi, la Città Santa, saranno calpestati (Apocalisse 11:2) e le loro spoglie saranno esposte sulla strada per tre giorni e mezzo prima della vera resurrezione (Apocalisse 11:9, 11-12); e in cui essi, la Donna, la Sposa dell’Agnello, saranno miracolosamente messi al sicuro per 1260 giorni (Apocalisse 12:6).

Walvoord conclude che gli “altri due uomini” di Daniele 12:5 sono “in armonia con il concetto dei due Testimoni (Deuteronomio 19:15; 31:28; 2 Corinzi 13:1)”. Egli suggerisce:

“Anche se il secondo angelo [poiché egli presuppone che vi siano degli angeli, in relazione a Daniele 10] non partecipa a questa rivelazione, il fatto che colui che parla alzi anche le mani, indica la solennità di un giuramento speciale. Normalmente verrebbe alzata solo una mano (Genesi 14:22; Deuteronomio 32:40)” (Walvoord, Commentary of Daniel).

Gli “altri due uomini” sono molto interessati a questi avvenimenti perché, direi senz’altro, ne sono coinvolti direttamente! Walvoord inavvertitamente li descrive come i due Testimoni, dando peso al testo di Apocalisse 11. Il fatto che “l’uomo vestito di lino”, il Figlio dell’uomo, il Cristo glorificato o post-incarnato, alzi entrambe le mani al cielo, è un gesto molto significativo, perché indica il giuramento “per Colui che vive in eterno” (Daniele 12:7). Tale impegno di Cristo con gli altri due uomini è per “un tempo, dei tempi e la metà di un tempo” e non di più!

“Infatti gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro; e per essi il giuramento è la conferma che pone fine a ogni contestazione. Così Dio, volendo mostrare con maggiore evidenza agli eredi della promessa l’immutabilità del suo proposito, intervenne con un giuramento; affinché mediante due cose immutabili, nelle quali è impossibile che Dio abbia mentito, troviamo una potente consolazione noi, che abbiamo cercato il nostro rifugio nell’afferrare saldamente la speranza che ci era messa davanti” (Ebrei 6:16-18).

Ho citato questi due versetti in Ebrei per porre enfasi sulla somma autorità dell’Unico che può impegnarsi in un simile giuramento davanti a Colui che siede sul trono. Le parole di Gesù sui giuramenti di questo tipo sono chiare (Matteo 5:34-37). Tuttavia Matteo 23:22 è anche più severo: “E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra”.

In sintesi, il Figlio dell’uomo, “l’uomo vestito di lino”, ha il potere di giurare davanti a Colui che siede sul trono e stipulare un tale solenne patto con gli “altri due uomini” per la loro testimonianza in tempo di persecuzione.

Gli altri due uomini sono impegnati in un importante rapporto, scandito da precisi confini cronologici, in cui è coinvolto lo stesso Figlio dell’uomo. Non solo l’enorme importanza del giuramento ci viene indicata dalle mani alzate, ma anche dall’assegnazione del mandato ad Israele e la Chiesa nell’ultima metà della settantesima settimana. Lo stesso Figlio dell’uomo, con la Sua profonda partecipazione, assicura che la testimonianza dei due sarà una sola cosa davanti al trono di Dio in quel giorno. La testimonianza giungerà fino alla vittoria “sulla Bestia, sulla sua immagine e sul numero del suo nome” da parte di coloro che “cantano il canto di Mosè, servo di Dio” (Israele) e “il canto dell’Agnello” (la Chiesa), coloro che “custodiscono i comandamenti di Dio” (Israele) e “detengono la testimonianza di Gesù” (la Chiesa), coloro che sono i “due olivi” (Israele) e i “due candelabri” (la Chiesa) (Apocalisse 15:2-3; 12:17; 11:4). Gli altri due uomini, durante il crogiolo della settantesima settimana, vinceranno perché:

“L’angelo che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la mano destra verso il cielo e giurò per colui che vive nei secoli dei secoli, il quale ha creato il cielo e le cose che sono in esso, e la terra e le cose che sono in essa, e il mare e le cose che sono in esso, dicendo che non ci sarebbe stato più indugio. Ma nei giorni in cui si sarebbe udita la voce del settimo angelo, quando egli avrebbe sonato, si sarebbe compiuto il mistero di Dio, com’egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti” (Apocalisse 10:5-7).

“L’altro angelo potente che scendeva dal cielo, avvolto in una nube, sopra il suo capo vi era l’arcobaleno, la sua faccia era come il sole e i suoi piedi erano come colonne di fuoco”, altro non è che il Figlio dell’uomo stesso, di nuovo presente sulla scena apocalittica a rassicurare i suoi due Testimoni, gli “altri due uomini”, che Egli è il solo ed unico detentore del libro, le cui mani sono levate al cielo a segno del Suo impegno e della Sua parola profetica che essi devono portare a “molti popolo, nazioni, lingue e re”. Questa è una promessa profetica non revocabile, data in Daniele 12:5 e confermata in Apocalisse 10:5-7.

J. Vernon McGee non considera l’angelo potente il Figlio dell’uomo, ma afferma che vi sono molti che lo fanno:

“Ci sono stati profondi disaccordi tra diversi e importanti studiosi della Bibbia a proposito dell’identificazione dell’angelo potente. Godet, Vincent, Pettingill, DeHaan, Ironside, Walter Scott e William Kelly lo identificano tutti fermamente come Cristo. Newell e altri lo considerano solo un angelo avente grande potere e autorità, ma non Cristo stesso. John Walvoord adotta questo punto di vista e così anche Vernon McGee. Se deciderete di pensarla altrimenti, sarete comunque in buona compagnia” (Thru the Biblie with J. Vernon McGee, Revelation 10).

Nella nostra “compagnia” c’è anche il mio caro amico scomparso, Ray Stedman:

“Qui troviamo il primo indizio che identifica l’angelo con il Signore stesso, Gesù, Dio Figlio, che appare nella sua forma pre-incarnata come angelo di Jehovah” (Ray C. Stedman, God’s Final Word, Understanding Revelation, Discovery House Publishers, 1991).

Posso fare solo una precisazione riguardo alla dichiarazione di Ray: questo non è il Cristo pre-incarnato, ma quello post-incarnato di McGee, poiché tale descrizione ha diversi antecedenti nel Figlio dell’uomo visto in Apocalisse 1:13-20 e profetizzato in Daniele 10:5-6. Ma lasciamo l’ultima parola a Ray:

“Ha giurato per Se stesso poiché non vi era nulla e nessuno di più grande per cui giurare [Ebrei 6:13]. Questo è ciò che Gesù, nella forma dell’angelo potente, fa in questi versi [Apocalisse 10:5-7]. Egli giura per il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, che la lunga attesa è terminata e il mistero di Dio sta per compiersi” (Ray C. Stedman, Ibid.).

 I due Testimoni

È Cristo, dunque, che assicura gli “altri due uomini” di Daniele e i due Testimoni di Apocalisse 11, e non solo tramite il Suo giuramento: “Io concederò ai miei due testimoni di profetizzare, ed essi profetizzeranno vestiti di sacco per milleduecentosessanta giorni”. E dopo la loro testimonianza essi affronteranno l’Abominazione della Desolazione e soffriranno sotto il giogo della Bestia per tre giorni e mezzo, quarantadue mesi, milleduecentosessanta giorni, “un tempo, dei tempi e la metà di un tempo”. E l’angelo potente terrà un piede sul mare (cioè sopra la “Bestia che sale dal mare”, Apocalisse 13:1) e l’altro piede sulla terra (cioè su “l’altra Bestia che saliva dalla terra”, Apocalisse 13:11). Alleluia! Egli ha vinto sulla Bestia (il mare), il Falso Profeta e la seconda Bestia (la terra), e ha compiuto il mistero di Dio!

Complicare o camuffare l’identità dei due Testimoni, contro cui la Bestia “muoverà guerra, li sconfiggerà e li ucciderà”, va di pari passo con lo sminuire il conflitto che sarà levato contro di loro, che sarà ben più di una scaramuccia bellica. Molti esperti di escatologia hanno letto Apocalisse 11 con gli occhi foderati, e tra loro c’è anche l’amato Robert Gundry:

“L’allegorizzazione dei due Testimoni come Chiesa è molto fantasiosa. La misurazione del tempio e dell’altare, la Città Santa, la veste di sacco, i cadaveri esposti e molti altri dettagli non possono essere considerati solo figurativi senza fare violenza al testo. Inoltre, il solo fatto che i due Testimoni eserciteranno il loro ministero durante i quarantadue mesi in cui la Città Santa sarà calpestata dai gentili, richiede che si stia parlando della seconda metà della settantesima settimana. Perché la Città non sarà calpestata dai gentili prima che l’Anticristo abbia spezzato il suo patto a favore degli ebrei” (Robert Gundry, The Church and the Tribulation, Zondervan, 1973-1976).

La critica di Gundry nel vedere i due Testimoni solo come la Chiesa è piuttosto una critica all’idea mid-tribolazionista, che presuppone che la Chiesa venga rapita a metà della settantesima settimana di Daniele. Comunque, con questa critica egli non rende giustizia escatologica al piano di Dio per gli ultimi giorni. Per prima cosa, gli olivi con il “fuoco che esce dalla loro bocca”, richiedono un’interpretazione in accordo con Apocalisse 1:1-3, come Ray Stedman sottolinea riguardo all’intera Apocalisse:

“Il libro si chiama ‘Apocalisse di Gesù Cristo’ e Giovanni dice che Gesù stesso ‘l’ha fatta conoscere mandando il Suo angelo al Suo servo Giovanni’. La frase ‘aver fatto conoscere’ ha un significato più profondo nell’originale greco, dove al posto di tre parole ce n’è una sola: semaino. Questo termine si può tradurre letteralmente col verbo ‘significare’: dal latino signum (segno) facere (fare). In altre parole, Gesù ha fatto conoscere la Sua rivelazione a Giovanni attraverso dei segni o simboli. Una volta afferrato il significato dei simboli, si può iniziare ad applicarlo al libro dell’Apocalisse” (Ray C. Stedman, God’s Final Word, Understanding Revelation, Discovery House Publishers, 1991).

È proprio per questo che la parola greca che indica la guerra contro i due Testimoni in Apocalisse 11:7 non si traduce semplicemente con “battaglia” (mache) tra la Bestia e i due Testimoni (spesso concepiti nell’immaginario come una coppia di supereroi), ma con “guerra” (polemos): polemeo è la guerra nella sua globalità, mentre mache indica le battaglie di cui la guerra si compone. Quello che si descrive qui è una guerra di dimensioni immense, una persecuzione globale ai danni dei due Testimoni.

La gran parte dei commentatori prenderebbe Daniele 12 e formulerebbe la propria interpretazione incentrandosi sull’unità di Israele alla fine dei tempi oppure allegorizzandone l’identità con la Chiesa, la “continuazione del popolo di Dio” (cioè Dio si sarebbe sempre manifestato in un’unica azione di grazia, avendo solamente un singolo popolo eletto). Lo stesso atteggiamento dei commentatori torna quando si tratta dell’Apocalisse. Ma quando si giunge ai due Testimoni e alle evidenti somiglianze tra i personaggi di Daniele 12 e Apocalisse 11, c’è una strana e totale disconnessione: né Israele, né la Chiesa sarebbero presenti in Apocalisse 11 come unico Testimone alla fine dei tempi!

 Misurare il Tempio

Quando entriamo nel merito di Apocalisse 11 troviamo che il senso del passo è diverso se lo prendiamo nel contesto, cioè all’interno dell’intera Apocalisse, e consideriamo le tipologie e i simboli di entrambi i Testamenti. Ci sono molti esempi che danno prova del fatto che i due Testimoni non possono essere altro che gli “altri due uomini” di Daniele 12:5-7, all’interno della settantesima settimana.

“Misura il tempio di Dio e l’altare e conta quelli che vi adorano; ma il cortile esterno del tempio, lascialo da parte, e non lo misurare, perché è stato dato alle nazioni, le quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi” (Apocalisse 11:1-2).

Il gesto di “misurare” dimostra il possesso nelle Scritture. Solo coloro che si trovano davanti all’altare appartengono a Dio, mentre coloro che sono al fuori del tempio, nel “cortile esterno”, non rientrano tra le cose misurate (cioè gli “incirconcisi”). Perché? Perché il legame che hanno con Dio non permette loro di entrare nel luogo dove si trova l’altare.

Alla fine, saranno queste le stesse persone che perseguiteranno il popolo di Dio (Matteo 24), i due Testimoni, per quarantadue mesi, dopo che essi avranno diffuso la loro testimonianza per i primi tre anni e mezzo della settantesima settimana.

I “due olivi” rappresentano decisamente Israele (come “testimone” che Dio ha radunato in preparazione della Sua venuta e come segnale per le potenze del mondo della Sua “entrata nella storia”), che viene celato dietro tale metafora in tutte le Scritture, tanto che i rami dell’olivo appaiono anche sulla sua bandiera nazionale. La Chiesa, invece, è rappresentata dai “due candelabri”, in collegamento diretto con i “sette candelabri d’oro” di Apocalisse 1:12.

Come Elia e Mosè, i due Testimoni “hanno il potere di chiudere il cielo affinché non cada pioggia, durante i giorni della loro profezia. Hanno pure il potere di mutare l’acqua in sangue e di percuotere la terra con qualsiasi flagello, quante volte vorranno” (Apocalisse 11:6). Queste caratteristiche superano di gran lunga l’immagine di qualunque supereroe concepibile dal nostro immaginario cristiano.

La guerra contro la Bestia sarà globale e sottolineerà il contrasto tra “Babilonia la grande” e “Gerusalemme, la città santa”. Perché Walvoord non vuole che questa “grande città” di Apocalisse 11:8 sia Babilonia, se il suo nome è menzionato varie volte in tutta l’Apocalisse? Egli semplicemente presuppone che tale “grande città” sia Gerusalemme, laddove nelle Scritture non ci si riferisce mai a Gerusalemme con questo attributo, ma solo con “città santa”. Una volta interpretato il simbolo della “città santa” sotto persecuzione da parte dei gentili in Apocalisse 11:2, allora è ovvio che chi perseguita i due Testimoni è la “grande città”. In sostanza: Babilonia contro Gerusalemme.

Apocalisse 11:8 richiede l’interpretazione allegorica:

“La grande città che spiritualmente è chiamata Sodoma ed Egitto, dove anche il Signore fu crocifisso”.

Gerusalemme non descrive certo Sodoma e l’Egitto, mentre la corruzione di Babilonia (Sodoma) e la sua cultura mondana, con gli aspetti metafisici dell’Egitto, sono piuttosto conclusivi. Presupporre che “Sodoma e l’Egitto” sia riferito a Gerusalemme perché “Cristo fu crocifisso a Gerusalemme” è “spiritualmente” fuori luogo e fallace a livello ermeneutico. Per essere ancor più precisi, spiritualmente Cristo fu crocifisso “fuori dall’accampamento”, “soffrì fuori dalle porte della città”: non propriamente in Gerusalemme (vedi Ebrei 13:11-14). È fondamentale comprendere la connessione tra la crocifissione e Babilonia la grande, Sodoma e l’Egitto, dal punto di vista “spirituale” o “figurativo”.

Apocalisse 11:9 connota gli stessi “popoli, tribù, lingue e nazioni” a cui Giovanni deve portare la testimonianza, utilizzando questa serie di simboli. Il mandato di Giovanni (Apocalisse 10:8-11) è dato ai due Testimoni che portano il mantello dei profeti. Molti crederanno, come si vede in Apocalisse 7:9 (“una gran moltitudine da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue”), ma molti non lo faranno, e costoro sono i gentili che calpesteranno la Città Santa.

 I tre giorni e mezzo

La specificità dei tre giorni e mezzo è davvero incredibile. Non tre giorni, ma tre e mezzo. Perché? Non è tre giorni e mezzo l’esatta metà di sette giorni? Che complesso ragionamento bisogna applicare per capire che questi tre giorni e mezzo non sono altro che la seconda metà della settantesima settimana di Daniele?

“Coloro che abitano sulla terra fanno ragionamenti terrestri”, come dice Stedman. Ovvero: coloro che sono ossessionati dalle “cose del mondo” non comprendono l’aspetto spirituale dei due Testimoni.

Apocalisse 11:11-14 non ha assolutamente senso se non viene adeguatamente contestualizzato nella Scrittura stessa. Questa è la prima resurrezione, della quale abbiamo parlato a lungo più sopra.

“Ma dopo tre giorni e mezzo uno spirito di vita procedente da Dio entrò in loro; essi si alzarono in piedi e grande spavento cadde su quelli che li videro” (Apocalisse 11:11).

Questo avviene alla fine della settantesima settimana. “Il soffio di vita di Dio entrò in loro”, “i morti in Cristo risusciteranno per primi”: non è un “rapimento segreto” quello che vediamo, ma una resurrezione di massa in cui la terra intera partecipa al fenomeno e ode “una voce potente che dal cielo diceva loro: «Salite quassù». Essi salirono al cielo in una nube e i loro nemici li videro”. Non è questa la stessa voce di cui si legge in 1 Tessalonicesi 4:16?

“Perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria”.

Non vedo l’ora di udire la voce d’arcangelo del Signore! La “voce”, la “nuvola”, il “suono dell’ultima tromba” e la chiamata dai quattro angoli della terra: “E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba per riunire i suoi eletti dai quattro venti, da un capo all’altro dei cieli” (Matteo 24:31). E questo accadrà all’esatta fine delle settantesima settimana di Daniele.

 Il grande terremoto

“In quell’ora ci fu un gran terremoto e la decima parte della città crollò e settemila persone furono uccise nel terremoto; e i superstiti furono spaventati e diedero gloria al Dio del cielo” (Apocalisse 11:13).

Questo versetto non è messo nel contesto della prima resurrezione per confonderci le idee. Parla del “grande terremoto” citato in vari passi che descrivono i trenta giorni del giudizio di Dio che troviamo in Daniele 12:11: il 1290esimo giorno, ossia 30 giorni dopo il 1260esimo giorno, che è l’ultimo della settantesima settimana. Rileggiamo Apocalisse 6:12-17 e vediamo se non si tratta proprio del giudizio finale, dell’Ira dell’Agnello. E c’è anche il “grande terremoto” (Apocalisse 6:12).

Apocalisse 16:18-21 annuncia l’ultimo riversamento dell’ira divina su Babilonia la grande. Questo è il “grande terremoto” in tutta la sua potenza:

“E ci furono lampi, voci, tuoni e un terremoto così forte che da quando gli uomini sono sulla terra non se n’è avuto uno altrettanto disastroso. La grande città si divise in tre parti, e le città delle nazioni crollarono e Dio si ricordò di Babilonia la grande per darle la coppa del vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti non furono più trovati. E cadde dal cielo sugli uomini una grandine enorme, con chicchi del peso di circa un talento; gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine; perché era un terribile flagello”.

Perché menzionare un tale terremoto se tutto il danno fatto alla città è solo una minima parte? Se ad essere uccise sono solo settemila persone? Solo negli ultimi dieci anni vi sono stati terremoti che hanno ucciso milioni persone e ridotto intere città in rovina! La “città” qui menzionata è l’ultima, Babilonia la grande. Il numero dieci indica la “completezza” e aver ucciso solo settemila persone indica la “perfezione spirituale” e, di nuovo, la “completezza”. Mille indica lo stesso concetto, seppure in altra forma. In altre parole: l’Ira dell’Agnello qui descritta è il giudizio finale, completo e perfetto. Il “mistero di Dio” è compiuto! Tutte le leggi terrene sono state giudicate e tutte le masse del mondo sono state provate in giustizia.

Ora, i due Testimoni, gli “altri due uomini”, sanno che queste cose saranno compiute (Daniele 12:7), e così anche la loro sofferenza e purificazione (Daniele12:7, 10), il Suo giudizio, il “grande terremoto” esteso fino al 1290esimo giorno (Daniele 12:11); ma anche la Donna, la Sua amata Sposa, che “si è preparata” e tornerà nella gloria alla fine del 1290esimo giorno con Colui “la cui veste è tinta di sangue e il suo nome è la Parola di Dio”. Siamo così giunti al momento della beatitudine:

“Beato colui che aspetta e giunge a milletrecentotrentacinque giorni” (Daniele 12:12).

“Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli!” (Apocalisse 11:15)

Perennemente, questo glorioso inno risuona nelle Scritture (cfr. Apocalisse 11:19). I piani di Dio saranno conosciuti e il Suo mistero sarà compiuto.

“Allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1 Corinzi 13:12).

Allora, iniziamo subito il viaggio: la testimonianza non può essere messa a tacere!

PARTE I; PARTE II

di Doug Krieger © The Tribulation Network – Pubblicazione a cura di Sequenza Profetica. E’ vietata la riproduzione.