La cittadinanza di Israele (parte I)

Legge e grazia: la grazia del Messia, sommo sacerdote, e il suo regno di giustizia. 

La doppia unzione dai due olivi: i due testimoni di Zaccaria 4 e Apocalisse 11; le luci delle due candele di sabbath ; i due offici del Messia come sommo sacerdote e re nell’ordine di Melchisedec (vedi Salmo 110:1-4). 

[In questo articolo l’autore utilizza il termine “Commonwealth”, un concetto tutto anglosassone, per sottolineare l’idealità del regno di Israele, cioè il regno del Messia come “congregazione di Israele” e differenziarlo dal più comune concetto terreno di “stato” nazionale, ndt].

Due olivi forniscono l’olio per la menorah, che è il vero emblema di Israele, indicando la doppia unzione del Messia, sommo sacerdote e re di Salem nell’ordine di Melchisedec. La splendida immagine qui a fianco proviene dal Jewish Cervera Bible. (Spagna 1299 ca.)

Sembra che il ruolo principale della chiesa sia il vangelo della grazia e il peso principale della casa reale di Giuda, in Israele, sia la legge di Dio. Attualmente, questi due gruppi non si apprezzano né si comprendono molto bene reciprocamente. Questo fatto è destinato a cambiare in futuro? Sicuramente! I credenti cristiani non apprezzano molto la legge di Dio al momento. Sono inclini a bollarla come “legge di Mosè” e ad insistere con il fatto che essa è stata ormai “abolita”. Quindi si rivolgono esclusivamente alla grazia. Dopotutto, è questa che Dio ci ha fornito, nella sua misericordia, o no?

Però qui giace il problema. Il concetto di “grazia”, nella mentalità di molti, si trova fin troppo in prossimità della totale mancanza di legge. Molte persone che si definiscono cristiane vengono spinte ad una vita priva di Dio dalla mera dialettica hegeliana e scivolano lungo il sentiero della distruzione. Come leggiamo nel Salmo 2, l’indulgenza verso il peccato è proprio quello che i pagani gentili vorrebbero. E, se ci guardiamo intorno, vediamo che la chiesa occidentale di oggi sta diventando sempre più accomodante nei riguardi del catastrofico declino morale che avanza.

Ma il Dio dei cristiani è il Santo di Israele. È il Dio della giustizia. La sua legge, la sua Torah, è parte integrante del suo piano divino. Il profeta Geremia parlò del nuovo patto e sembra che in esso la legge non venga affatto “abolita”. Egli dichiara chiaramente che, con il progresso della storia sacra, la legge è destinata ad essere scritta nei cuori (Geremia 31:31-33).

La legge comprende l’unzione di un re che porterà avanti un giusto regno: il regno di YHVH-Dio è un trono di giustizia. Egli stabilisce e fonda la sua legge nel cuore del suo popolo attraverso la persona di Cristo. Ma questo è solo l’inizio. Il futuro millennio del Messia vedrà il regno andare oltre i confini della città santa, Gerusalemme. Sia l’unzione della legge nel ruolo di re, che quella della grazia nel ruolo di sommo sacerdote, appartengono al nostro Messia, che regnerà come sacerdote-re nell’ordine di Melchisedec. Il Messia stesso rappresenterà la perfetta unione dei due offici ed è proprio questa unione che determinerà tale doppia unzione, che sarà a sua volta la base per il risveglio degli ultimi tempi, mirante alla restaurazione delle dodici tribù di Israele.

Questa doppia unzione è al momento divisa. La porzione del regno dell’unzione messianica, nell’ordine di Melchisedec, è attualmente separata dalla chiesa e posta per la gran parte nella casa di Israele. La porzione sacerdotale dell’unzione, invece, è nel vangelo e affidata ad un’entità che noi chiamiamo “la chiesa”. La parola “chiesa” significa “assemblea” e proviene dalla parola greca ekklesia, che vuol dire, semplicemente, “chiamati fuori”. Ma queste due parti hanno in comune un’unzione combinata, focalizzata sul Messia. Ed è in Lui che il giusto regno e il misericordioso sommo sacerdozio sono destinati a scorrere insieme, in perfetta armonia.

Così, quando avrà luogo la restaurazione effettiva di Israele, non si tratterà solo di una faccenda teologica. Questo rivivere e questa riunione sotto il Messia sarà la meraviglia delle meraviglie. Cambierà la storia di questo mondo per sempre. La restaurazione di Israele stabilirà la lungamente attesa “pace in terra agli uomini che Egli gradisce”.

Questa straordinaria sequenza di eventi, come avrà luogo?

Durante le nozze di Cana, il Messia mostra che Dio agisce in modo diverso dalle vie di questo mondo e riserva le cose migliori per la fine. Il Dio di Israele sta per svelare il completo mistero della cittadinanza di Israele e del suo eletto, unificato durante gli ultimi giorni. È una grossa impresa, ma Dio ha promesso nella sua Parola che compirà la restaurazione di Israele (Romani 11). Questo, chiaramente, non è ancora avvenuto, ma l’apice della storia arriverà presto o tardi e, in base all’unanime consenso delle Sacre Scritture, arriverà durante l’Apocalisse.

Entrambe le case di Israele saranno radunate “e così Israele sarà salvato” (Romani 11).

Gesù pregò il Padre per questo, dicendo: “Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno” (vedi Giovanni 17:20-22).

Il popolo eletto di Dio non sarà più in stato di divisione e contesa. Non ci saranno più due regni estranei, uno per la “legge” e uno per la “grazia”. Essi si uniranno nel Messia, così come sia Mosè che l’apostolo Pietro hanno dichiarato. Essi diverranno un singolo, indivisibile, “sacerdozio regale e una nazione santa”.

La regalità del regno sarà applicata al sacerdozio e la santità del sacerdozio sarà applicata al regno: così la breccia di Geroboamo sarà sanata. I due gruppi che abbiamo oggi diverranno, secondo profezia, un unico popolo scelto ed eletto.

Come vediamo, il piano di Dio è lungi dall’essere compiuto. La lunga saga dei figli di Abramo va ancora avanti e un gran numero di elementi è ancora lì fuori, avvolto nel mistero. Ma la grande avventura di Dio è anche un romanzo divino che avrà l’apice nell’Apocalisse, in un’esplosione di gloria.

Siamo salvati e abbiamo il via libera per il paradiso. Apparteniamo alla chiesa, cioè alla “congregazione dei chiamati fuori”. Ma chiamati a cosa, da chi e, soprattutto, perché?

I cristiani occidentali sono indulgenti verso il mondo pagano. Essi ricevono i loro insegnamenti per lo più dalla chiesa dei mercanti. Siamo salvati e nati di nuovo. Molti di noi sono stati convinti che “Gesù l’ha già fatto” e che la loro salvezza è ormai stabilita e dunque non c’è più nulla da aggiungere, da parte della chiesa, prima che Cristo torni. E questo evento, essi credono, avverrà sette anni prima della fine di quest’era.

Come cristiani, siamo soddisfatti. Andiamo in chiesa la domenica e inseguiamo la nostra felicità personale il resto della settimana, avendo relativamente poche preoccupazioni. Abbiamo il biglietto per il paradiso in tasca e le valige pronte per un convenientissimo rapimento, stranamente scollegato dalla resurrezione dei giusti. Ci hanno insegnato che il treno per la gloria potrebbe passare a prenderci in “qualsiasi momento”. Non dobbiamo fare più nulla per quanto riguarda il patto eterno.

Noi crediamo in tutto ciò che ci viene insegnato e la gran parte di noi non si premura di controllarlo nella Bibbia. Come pecore, siamo guidati soprattutto dalla pressione dei nostri pari. Crediamo che “tutto è sistemato” e non ci sia bisogno di preparazione, né pazienza o forza, per sopportare fino alla fine la tribolazione. La Pax Americana ha preparato la storia per il trionfo della cristianità, che si prepara a ricevere fin da ora la sua ricompensa, in “qualunque momento”. La nostra dipartita tramite il rapimento è “imminente”, come pure l’apice della storia sacra. Quando l’ultima tromba suonerà, e noi crediamo che ciò accadrà all’inizio degli ultimi sette anni di quest’era, noi saremo, come ci viene detto, “fuori dai giochi”!

Tutto ciò suona bene, ma fermiamoci un momento a riflettere. Noi apparteniamo alla chiesa, cioè alla “congregazione dei chiamati fuori”. Chiamati a chi, da chi e perché? Che vi sia un’altra storia, un’altra strada che si snoda al di là della Pax Americana? C’è dell’altro, oltre a ciò che ci hanno insegnato, nell’essere un cristiano biblico?

Noi apparteniamo alla chiesa, che assume un ruolo sacerdotale presso Dio. Ma come si collegano i cristiani biblici al regno di Dio? E come dobbiamo chiamare la politica del regno della fine dei tempi?

Come cristiani, apparteniamo al regno di Dio. Ma esso è una “faccenda” solo inerente la chiesa? E se fossimo stati chiamati a gestire altri “affari” del regno prima del nostro rapimento? Apparteniamo, allora, a una compagnia più ampia di quel che pensiamo? E la congregazione di Israele? E il suo Stato? L’apostolo Paolo parla della fine di quest’ultimo in Efesini 2:12-13.

Il Messia sarà stabilito nei cuori umani di tutto il mondo attraverso il vangelo. Eppure si verificano eventi catastrofici e straordinari mutamenti nella storia mentre il suo regno si avvicina (Matteo 11:12). Il regno di Dio soffre e sopporta la violenza, che avanza mentre il Messia guida il suo popolo. Il suo nome, il nome del Messia che viene, è Perez, “Colui che fa breccia” (vedi Matteo 11:12 e, soprattutto, Michea 2:12-13). Allora, perché stiamo facendo le valige? Non è possibile che, come Ester, anche noi siamo stati “chiamati per tempi come questi”?

Non dobbiamo avere paura. Il treno per la gloria arriverà comunque a prenderci, senza tardare un minuto! Perciò fermiamoci un istante e riflettiamo in preghiera. Può essere che noi, cristiani biblici, abbiamo un ruolo vitale di testimoni, che dobbiamo ancora attuare, come popolo eletto di Dio? Se siamo noi la futura Sposa di Cristo su questa terra, è forse strano che come Sposa, e non come passiva concubina, siamo ora al bivio?

Le Sacre Scritture sono chiare, così come il messaggio. Yeshua-Gesù ci dice che noi siamo i suoi agenti. Che siamo stati “chiamati fuori” per essere dei testimoni davanti, e contro, re e principati (vedi Luca 21:12-19). Perciò, abbiamo o no una responsabilità precisa a cui ottemperare nella fine dei tempi? Cosa dichiara al riguardo il nostro  mandato? Non siamo stati forse “chiamati fuori” per correre la corsa fino alla linea di arrivo? Vediamo questo glorioso traguardo schiudersi per tutti i santi in Ebrei 12:1.

Abbiamo letto Apocalisse 7:9-17 e visto la grande moltitudine dei santi radunarsi davanti al gran trono di Dio. Essi hanno una forte connessione con Israele e sono mostrati nello stesso contesto e capitolo delle dodici tribù. Allora perché i nostri insegnanti ci dicono che i santi della tribolazione non appartengono alla chiesa? Queste persone hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello e sono morti per la testimonianza. Allora perché non sarebbero degni di far parte della chiesa?

Questo atteggiamento della chiesa occidentale è assai stano. Alcune chiese sono contente di aprirsi a stili di vita neo-pagani come quello gay, eppure non vogliono ammettere nella chiesa i santi della tribolazione! Che cosa abbiamo che non va?

Il nostro Signore si siederà in giudizio, e quest’ultimo sarà riservato per prima cosa alla casa di Dio. È sempre stato così. Dio chiamerà alla sbarra i suoi testimoni e cercherà chi saprà testimoniare del suo Messia.

Se ci sarà davvero un’epica “testimonianza finale” dei santi, all’apertura del quinto sigillo, questo cosa comporterà per i freddi cristiani di Laodicea di quest’era?

La testimonianza dei cristiani davanti a re e principati e la nostra chiamata in Cristo, il Messia di Israele e futuro Re dei re nel regno millenario

L’Apocalisse è lo svelamento di Cristo, dove i misteri saranno risolti con l’arrivo all’apice dell’era. Giovanni venne rapito e portato in cielo, in un luogo nell’eternità chiamato “giorno del Signore”, e si vide davanti una visione spettacolare: una corte celeste presieduta da Dio. Egli è il sovrano regnante sul nostro cosmo. Giovanni vide i quattro cavalieri e i quattro sistemi politici terreni terminare la loro corsa al quinto sigillo. Dopodiché, Egli chiama i Suoi testimoni, i testimoni di Cristo, il Messia.

I santi della chiesa, la congregazione allargata di Israele, saranno dunque chiamati a recare la testimonianza in questo tempo? O tutto sarà gestito dai 144.000 ebrei neo-cristiani, come ci dicono i nostri insegnanti?

Gesù stesso disse ai suoi discepoli quello che stava per accadere nel discorso sul Monte degli Olivi e, insieme, diede anche degli ammonimenti personali. Ma a noi viene spesso insegnato che quel discorso di Gesù fosse rivolto “solo agli ebrei”. Non è questa, forse, disinformazione?

Ed ecco un’altra questione importante. Quand’è, esattamente, che scade il nostro mandato in Cristo? Dovremmo portarlo a far valutare da un avvocato per sapere a che punto saremo sciolti dall’impegno? E se vi fossero altre trombe prima dell’ultima? Sette anni prima, magari? Non dovremmo aprire le nostre Bibbie e controllare questo fatto di persona?

Siamo certi che la Bibbia ci riveli uno speciale rapimento della chiesa? Che alla chiesa venga riservato un trattamento di favore? Che ci parli di una glorificazione separata per i santi della chiesa e per quelli di Israele? O del fatto che alla chiesa sia concesso un rapimento precedente la settantesima settimana e i fatti seguenti siano relativi al solo Israele? Il nostro Dio, il Dio di Israele, presiede tutti e due gli eletti o solo uno? Vi sono due salvezze diverse nei cieli? Il Santo dei santi esercita forse una sporca e vile politica di apartheid?

L’apostolo Paolo ci dà la risposta in Efesini 2:12-13. Quando i credenti cristiani vengono salvati, essi entrano in intima comunione  con Cristo, che è il seme di Abramo (vedi Galati 3:29). E, sotto il Suo sangue, il seme di Israele, essi adottano una nuova identità nazionale, non secondo il DNA, ma come adozione spirituale, in Israele. Così, in Lui, coloro che sono salvati diventano “nuove creature”. Come tali, in Cristo, il seme di Abramo risiede in loro, dando vita all’uomo nuovo con un glorioso destino nel regno della vita eterna. In Cristo, essi ricevono una nuova identità spirituale, l’appartenenza ad una nuova casa spirituale e ad una nuova nazione, che si aggiunge all’identità nazionale che essi già hanno. Tutto ciò è dato da Cristo che risiede in loro, con la potenza dello Spirito Santo. È così che i credenti cristiani entrano nella cittadinanza di Israele.

Il fatto di avere due passaporti è ignoto a molto cristiani. Uno di essi è un mistero, ancora nascosto nella Parola di Dio, che essi finora non hanno conosciuto né potuto apprezzare. È il passaporto per il regno di Dio, una cittadinanza impartita spiritualmente che va oltre la nazione, la razza e la tribù. È una compagnia dalle molte bandiere e colori, come la veste che venne donata a Giuseppe da suo padre. La benedizione di Giacobbe a Giuseppe in Genesi 49:22 fu: “Giuseppe è un albero fruttifero, un albero fruttifero vicino ad una sorgente; i suoi rami si stendono sopra il muro”.

La cittadinanza nello Stato di Israele non è legata alla razza. Spesso accompagna lo scorrere del DNA nelle generazioni, specie nei tempi più antichi, ma dopo la Pentecoste le benedizioni di Israele si sono estese oltre i legami nazionali, così come il fiume Giordano rompe i suoi argini durante il tempo della raccolta. È vero che il promesso seme di donna di cui si parla nella Genesi è rintracciato storicamente lungo la linea di sangue di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma quello fu solo l’inizio della storia.

La luce di Israele sulle nazioni, sta risplendendo ancor di più ora che ci si avvicina alla fine dell’era. Questo è ciò di cui parla Isaia (49:6). Le fonti della salvezza sono sgorgate nel nuovo patto portando acqua nel deserto e Israele sta benedicendo le nazioni come il Giordano erompe fuori dai suoi argini nelle terre circostanti.

…. continua con la parte II

di Gavin Finley  (www.endtimepilgrim.org)

Pubblicazione a cura di www.sequenzaprofetica.org