Israele e la Chiesa in confusione sul patto

III Parte

Il dispensazionalismo messianico e Arnold Fruchtenbaum

L’odierno movimento messianico ebraico è purtroppo caduto preda degli aspetti legali di questo mondo. Nel trattato di Arnold Fruchtenbaum Hebrew Christianity: Its Theology, History and Philosophy, si può trovare le descrizione di ciò che io definisco il “classico messianismo americano”. Gli ebrei cristiani contro la chiesa, rappresentano esattamente il fenomeno che si sta verificando oggi, nonostante tutti i sostenitori del contrario. Il “cristianesimo ebraico”, in base a quanto sostiene Fruchtenbaum (un uomo il cui amore per Gesù, il Messia, è indiscusso, ma proprio qui giace il problema più pressante), si svolge in questo modo:

“Cos’è, dunque, un ebreo cristiano? È un ebreo che crede che Gesù Cristo sia il Messia. Egli deve accettare di essere sia ebreo che cristiano (p. 12 di Hebrew Christianity: Its Theology, History and Philosophy). Se un ebreo accetta il battesimo solo per perdere la sua identità di ebreo, egli non può considerarsi un ebreo cristiano; è un rinnegato, un traditore e un apostata. Un ebreo cristiano è fiero di essere ebreo (p.13)”.

Un apostata?! Assurdo! Qui ci troviamo di fronte ad un tentativo di creare una dicotomia che in Cristo, semplicemente non esiste. “Ne ha fatto uno solo […] un corpo unico” (Efesini 2:14-16). Uno può essere “fiero” di essere americano, di essere ebreo o tedesco, ma ciò non ha nulla a che vedere con l’essere in Cristo: “Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:27-28). Il tentativo di un ebreo di cancellare la sua appartenenza etnica o la sua ereditarietà culturale col battesimo (e non ci metteremo certo ora a rispondere alla sempiterna domanda “cos’è un ebreo?”), avrebbe seria difficoltà nel convincere uno come Hitler del suo cambiamento di razza.

I giudaisti, nell’ambito dei messianici, non stanno guardando avanti, a Cristo, ma cercano indietro, nel giudaismo. Nello spronarli alla giusta dottrina del “chi e dove siamo” come “membra gli uni degli altri” all’interno del corpo del Messia, il Cristo, l’asceso e glorificato Signore della chiesa, ci troveremo del continuo a fronteggiare la loro ostilità e il loro rifiuto, rifiuto non solo del messaggio, ma anche della persona che lo porta!

Dice ancora Fruchtenbaum:

“La Bibbia insegna che c’è una distinzione degli ebrei cristiani nel corpo di Cristo (p.17). È la continuazione del patto abramitico che provvede la prima base per la distinzione degli ebrei cristiani. Poiché quel patto è tuttora perfettamente valido, queste quattro caratteristiche riguardano gli ebrei cristiani sia per la loro posizione che per la loro funzione. Prima di tutto, gli ebrei cristiani sono comunque ebrei, perché essi, come gli altri ebrei, sono discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe. Secondo, la madrepatria degli ebrei cristiani è Israele, e verso questa essi devono essere leali, piuttosto che verso i luoghi in cui risiedono”.

Di nuovo, Fruchtenbaum e la sua interpretazione dell’essere un ebreo cristiano non è altro che parte dell’antico patto di Israele, un patto che non si è verificato né sarà adempiuto fino al regno millenario. Il significato immediato di Israele è quello di nazione terrena, mentre la chiesa è destinata ai luoghi celesti in Cristo Gesù. La Sua Sposa non è di questo mondo.

Vorrei precisare che il filo-semitismo o comunque l’appoggio per la nazione di Israele da parte dei cristiani (siano essi cristiani gentili o cristiani ebrei, nomi in ogni caso sbagliati) non è qui messa in questione. Il preoccuparsi per il benessere di Israele non costituisce una violazione della grazia di Cristo. Il sionismo biblico è rivolto, semplicemente, al compimento profetico e opporsi al ritorno degli esiliati equivale ad opporsi a ciò che le Scritture proclamano, a prescindere da ciò che proclamano i seguaci della teologia del patto o certi rami del “giudaismo ortodosso” che negano il compimento di Sion nell’incredulità.

Ciò che Fruchtenbaum propone agli ebrei cristiani è di incorporare se stessi in un patto che appartiene solamente a Israele e che trova il suo completo compimento nel regno davidico (millenario). Questo è un mero tentativo di portare gli ebrei cristiani sotto il patto abramitico laddove essere in Cristo è già di per sé più che sufficiente! Fruchtenbaum continua:

“Infine, c’è il problema della circoncisione. Poiché gli ebrei cristiani si trovano ancora sotto i dettami del patto abramitico, essi si trovano anche sotto quello della circoncisione. È mia convinzione che gli ebrei cristiani debbano far circoncidere i propri figli l’ottavo giorno (pp. 28-29)”.

Se Paolo si confrontasse con Fruchtenbaum sul fatto della circoncisione, sono certo che gli sentiremmo dire queste parole: “Guardatevi da quelli che si fanno mutilare [cioè circoncidere], perché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne” (Filippesi 3:2-3). Ma questo sembra non dissuadere il fratello Fruchtenbaum:

“All’inizio (30-68 d.C.), il cristianesimo era ebraico e costituiva, per motivi pratici, una setta nell’ambito del giudaismo (p.35). I credenti gentili erano chiamati cristiani (Atti 11:26), mentre quelli ebrei erano chiamati nazareni (Atti 24:5) (p. 37). Diverse ondate di persecuzione contro gli ebrei cristiani ebbero luogo tra il 32 e il 66 d.C., eppure essi vivevano sempre tra i loro connazionali ebrei, frequentavano le funzioni del Tempio e della sinagoga e osservavano le pratiche ebraiche. La politica degli ebrei cristiani era una politica di distinzione dai gentili cristiani, ma c’era comunque un’alleanza tra loro (p. 38)”.

In realtà, il vero cristianesimo non fu mai ebraico né gentile! Il vero cristianesimo riguarda il vero Cristo glorificato e il giorno di Pentecoste in cui il Suo Spirito venne riversato sui Suoi discepoli. Il libro degli Atti è il racconto storico del periodo di transizione dalla legge del giudaismo alla legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù e la rivelazione del corpo di Cristo attraverso la predicazione del Vangelo della grazia di Dio (Atti 20:24).

Eppure, Arnold insiste:

“Il credente in Cristo è libero dalla legge di Mosè. È libero anche di prendere parte alla legge di Mosè se lo desidera (p. 88). Il giudaismo moderno non è la stessa cosa di quello biblico, né corrisponde al ‘padre del cristianesimo’. Al massimo lo si può definire ‘fratello’, e il giudaismo biblico è il padre di entrambi (p. 106)”.

La vita di coloro che hanno creduto al messaggio paolino è solamente in Cristo: “In Te, Cristo, speranza di gloria!”. Quello che Arnold dice si scontra con le ripetute ammonizioni che troviamo nell’epistola agli Ebrei e ai Galati. La legge di Mosè è completa nel suo sistema di ordini e precetti e una persona non può essere “in parte” sotto la legge o sotto la grazia: deve essere tutto o niente! Nemmeno gli ebrei religiosi possono “prendere e gettare” solo quello che ritengono accettabile. Certo, uno può dire che il “giudaismo biblico è il padre del giudaismo moderno”, ma la sorgente della chiesa è solo nei cieli: la Sposa del Signore Gesù non è la discendenza del giudaismo biblico, la sua posizione è eterna nei cieli ed essa attende il suo glorioso completamento.

Fruchtenbaum mischia i patti dell’Antico Testamento con elementi del nuovo patto, ponendo la chiesa come partecipe degli “aspetti spirituali” del nuovo patto profetico di Israele, mentre Israele prenderà parte agli elementi sia spirituali che fisici. Quindi, non solo si fa confusione, ma addirittura si sminuisce la partecipazione della chiesa nel patto eterno e la si spinge all’interno delle promesse terrene rivolte a Israele:

La relazione della chiesa col nuovo patto, con il patto abramitico, con la terra (cosiddetto “patto palestinese”) e con il patto davidico è la stessa. Dio ha promesso gli aspetti fisici del patto abramitico (ampliato nei patti palestinese davidico) solamente ad Israele. Ma gli aspetti legati alla benedizione includono anche i gentili. La chiesa compartecipa alle benedizioni spirituali di questi patti, ma non a quelle materiali e fisiche. Le promesse fisiche appartengono ancora solo a Israele e saranno adempiute esclusivamente per Israele, specie quelle inerenti la terra.

“La teologia del patto presuppone una teologia di sostituzione, in cui la chiesa sostituisce Israele. Il Nuovo Testamento parla dei gentili che prendono parte nelle benedizioni degli ebrei, ma non del sostituirsi agli ebrei nelle benedizioni” (Arnold Fruchtenbaum, il corsivo è nostro).

Posso umilmente annunciare che ogni “benedizione spirituale” a cui i cristiani prendono parte è in accordo con il verso che dice:

“Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo!” (Efesini 1:3); e non ha nulla a che vedere, pertanto, con questa Terra. Inoltre, questi “aspetti spirituali”, che dovrebbero “nobilitare spiritualmente”, associati al Vangelo del regno (cioè il nuovo patto), sono designati da Dio per il compimento profetico del regno e dominio del Messia sulla terra da Gerusalemme, con Israele in millenaria beatitudine e piena obbedienza al Re.

Ubbidiente alla visione celeste

Il Vangelo di Paolo derivava direttamente dal Signore Gesù. La difesa del suo apostolato si basa proprio sul fatto di aver ricevuto il suo Vangelo direttamente da Cristo (Galati 1:11-12): “Io non sono stato disobbediente alla visione celeste” (Atti 26:19).

Il dispensazionalismo ha la prerogativa di differenziare il Vangelo del regno di Gesù prima del calvario e il Vangelo celeste della grazia di Dio impartito da Paolo dopo la croce. Francamente, se il credente in Gesù non si focalizza sulle verità trascendentali del Vangelo rivelate direttamente a Paolo dal Signore della chiesa, egli sarà confuso riguardo alla sua stessa posizione in Cristo e, di conseguenza, sulla parte che ricopre rispetto ai piani di Dio, costantemente fluttuante tra grazia e legge e incapace di comprendere la vera essenza della chiesa. Se la visione celeste di Paolo non fosse stata altro che il mero (permettetemi di dirlo in paragone) Vangelo del regno per Israele, egli sarebbe stato incaricato da Dio di cercare altri apostolo per chiarimenti e confronti; invece, Paolo venne trasportato nei cieli e non parlò con nessun uomo (2 Corinzi 12:2-4). Furono gli altri apostoli, incluso Pietro, ad essere ammaestrati da Paolo riguardo alle verità che erano troppo difficili da comprendere per loro:

“[…] come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; e questo egli fa in tutte le sue lettere, in cui tratta di questi argomenti. In esse ci sono alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture” (2 Pietro 3:16).

Prenda nota chi vuole mischiarsi con la legge piuttosto che riposare nella grazia che è in Cristo Gesù attraverso il “taglio retto della Parola di verità”: egli dovrà portare un enorme peso nella teologia del patto e anche di più se avrà abbandonato l’infinitamente migliore ed eterno patto nel dispensazionalismo.

L’apparente sfrontatezza di Paolo verso gli altri apostoli non è sintomo di una sorta di innata arroganza da parte “dell’ultimo degli apostoli”; la sua rivelazione non proveniva dagli uomini, che fossero apostoli, ebrei, romani o altro. L’unica relazione che Paolo aveva con gli apostoli era stata la persecuzione della chiesa prima della sua conversione.

“Salii di nuovo a Gerusalemme […] in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri” (Galati 2:2).

“Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m’imposero nulla; anzi, quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro per i circoncisi […] diedero a me e a Barnaba la mano in segno di comunione” (Galati 2:6-9).

Il Vangelo affidato a Paolo, o il suo nucleo, giustappone due Adami: uno condannato alla morte e l’altro, l’ultimo Adamo, a cui fu dato uno Spirito vivente e vivificatore! Noi siamo identificati con Cristo, nella Sua morte, nel Suo seppellimento e nella Sua resurrezione e ascensione, poiché così ampia è l’accettazione del Padre della redenzione del Figlio, così centrale la croce e così gloriosa la vita eterna: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2:20).

“Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo. Infatti, tanto la circoncisione che l’incirconcisione non sono nulla; quello che importa è l’essere una nuova creatura. […] Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura” (Galati 6:14-15; 2 Corinzi 5:17).

In Atti 22:11 e Filippesi 3:7-10, la prima visione di Cristo da parte di Saulo fu quella del Figlio di Dio glorificato. Egli fu accecato dal “fulgore di quella luce” che eruppe nel suo spirito direttamente dal Signore di gloria! Inoltre, non c’era nulla di opaco nella visione celeste mostrata dal risorto Signore Gesù. Al contrario, gli altri apostoli erano focalizzati sulla sua sofferenza e umiliazione, essi erano i messaggeri rivolti alla circoncisione, a Israele, a cui Cristo apparteneva “secondo la carne” (Romani 9:5). Se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così” (2 Corinzi 5:16).

Detto ciò, non vogliamo insinuare che gli altri apostoli non lo abbiamo riconosciuto come Figlio di Dio (Matteo 16:16; Giovanni 1:14; 2:11; 20:28). Nonostante la loro prima dichiarazione alla casa di Israele a Gerusalemme, riguardo al Suo essere Signore, Messia e Re d’Israele, Paolo ebbe la sua visione direttamente dal cielo, dove fu trasportato, non da Gesù in terra, nel Suo riconosciuto stato di ebreo. In realtà, non c’era praticamente nulla di ebraico nel Vangelo di Paolo, per quanto una simile affermazione possa risultare scioccante per molti! Paolo venne talmente tratto fuori dal giudaismo, da tutte le “cose vecchie”, che gli ebrei lo avrebbero rigettato per sempre; inoltre, dopo l’annuncio delle sue “credenziali di ebreo”, egli le considerò tutte nient’altro che spazzatura “al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte” (Filippesi 3:8-10).

Il persistente fraintendimento derivato dagli ebrei cristiani attraverso Paolo può essere eguagliato solo dall’odierno movimento “ebreo messianico” che gravita dal Vangelo del regno (come sono obbligati a fare John MacArthur e altri neo-dispensazionalisti, come fanno i loro fratelli seguaci della teologia del patto e, sfortunatamente, alcuni fratelli con cui io stesso ho collaborato: purtroppo il cristiano viene privato della “semplicità in Cristo”) alla “legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù”. Quale libertà Paolo ha introdotto fino ad allora sconosciuta alla “chiesa ebraica”! Miei cari fratelli, vi supplico di ascoltare l’appello di Paolo alla libertà in Cristo e non guardare mai indietro per non “lasciarvi porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù” (Galati 1:5).

“Se, infatti, il ministero della condanna fu glorioso, molto più abbonda in gloria il ministero della giustizia. Anzi, quello che nel primo fu reso glorioso, non fu reso veramente glorioso, quando lo si confronti con la gloria tanto superiore del secondo; infatti, se ciò che era transitorio fu circondato di gloria, molto più grande è la gloria di ciò che è duraturo. Avendo dunque una tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza, e non facciamo come Mosè, che si metteva un velo sul volto, perché i figli d’Israele non fissassero lo sguardo sulla fine di ciò che era transitorio. Ma le loro menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d’oggi, quando leggono l’antico patto, lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è abolito. Ma fino a oggi, quando si legge Mosè, un velo rimane steso sul loro cuore; però quando si saranno convertiti al Signore, il velo sarà rimosso. Ora, il Signore è lo Spirito; e dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:9-18).

Infine:

“Si dimentica il fatto che Cristo, mentre viveva sotto la legge di Mosè, la conosceva e la metteva in pratica, allo stesso tempo insegnava i principi del Suo futuro regno e, alla fine del Suo ministero e in relazione alla Sua croce, Egli anticipava anche gli insegnamenti della grazia. Se questa tripartizione degli insegnamenti di Cristo non viene riconosciuta, non potrà esservi altro che confusione e conseguente contraddizione della verità” (Miles Standford, The Dispensational Gospels, tratto da The End Time’s Observerer, p. 179).

Il dottor William R. Newell aggiunge:

“Il Vangelo di Paolo è il Vangelo del Signore Gesù Cristo e di Dio, Colui che lo ha risorto dai morti e che ora lavora solo sul piano della resurrezione. Cristo apparve a Paolo come Colui che è asceso, fuori Gerusalemme, indipendentemente dai dodici e del tutto al di fuori del giudaismo. La chiesa non ha alcuna connessione con Israele!” (Galatians, p. 24).

Il dispensazionalismo transizionale

Ho più volte affermato quella che appare essere una roccaforte di distinzione tra Israele e la chiesa a sostegno del dispensazionalismo paolino; tuttavia, tutto ciò che è stato detto durante la corrente dispensazione della grazia, ci porta ad una grande crisi “di transizione” (escatologicamente parlando), nonostante la “alcuna connessione” di William R. Newell.

Benché chi scrive sia d’accordo con i maggiori principi del dispensazionalismo paolino e capisca la preoccupazione di Stanford per i presunti compromessi racchiusi nell’ambito del modello tradizionale-classico (esposto da Ryrie e Walvoord), che permette alla profezia dell’Antico Testamento di includere la chiesa, comunque ciò non elimina l’essenza del “mistero”. Tuttavia, il dispensazionalismo paolino richiede che la chiesa sia totalmente cancellata dall’Antico Testamento. Da qui, se si scava nel potenziale escatologico della testimonianza durante la settantesima settimana di Daniele e si giunge ad esso, salta agli occhi un nuovo “paradigma paolino”. Il dispensazionalismo paolino non compromesso, non intaccato e non diluito ha al centro un unico imperativo escatologico: la gloria di Dio!

Il dispensazionalismo paolino, sfortunatamente, si è unito al rapimento pre-tribolazionista della chiesa e ha dato per assunto che tutti i post-tribolazionisti siano senza dubbio compromessi dalla teologia del patto. Non solo il pre-tribolazionismo è il tallone di Achille del dispensazionalismo paolino, ma lo conduce ad alcune delle più bizzarre circonvoluzioni per poter mantenere il “sistema” incontaminato nelle sue tesi fondamentali di separazione tra Israele e la chiesa, senza vedere alcuna possibilità di connessione tra i due durante la settantesima settimana.

Robert Gundry (benché screditato teologicamente dalla Evangelical Theological Society), ha raccolto prove bibliche sostanziali del fatto che il “mistero” della chiesa nell’Antico Testamento non è così conclusivo come i dispensazionalisti paolini lo definirebbero, utilizzando la settantesima settimana di Daniele e l’inclusione della chiesa nel suo quadro cronologico, che costituisce un notevole problema per il dispensazionalismo paolino e il suo concomitante corollario, cioè il rapimento pre-tribolazionistico della chiesa prima dell’inizio della settantesima settimana (ovvero: chi sono i “santi della tribolazione” e la loro ovvia presenza che li pone “in” o “al di fuori” rispetto a Cristo? La loro redenzione li costituisce membri della già rapita chiesa e, se no, dov’è la determinante testimonianza di un “popolo redento” sulla terra in quel momento?). Ciò è ancor più evidente sapendo che Israele, nella carne, non sarà redento nella sua totalità fino alla seconda venuta del Messia.

Quindi, questa vasta moltitudine “da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello» […] «Chi sono queste persone vestite di bianco e da dove sono venute?» […] Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti, e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello” (Apocalisse 7:9-10, 13-14); se essi non sono la chiesa, comprata e lavata nel sangue di Cristo, allora il loro “status speciale” è incomprensibile a chiunque!

Faremmo bene ad essere cauti nel dedurre l’assenza della chiesa dalla tribolazione in tal modo. Entrambe le parti convengono che un gran numero di santi gentili (che appartengano o meno alla chiesa) vivranno sulla terra durante la tribolazione (Apocalisse 7:9-17). Ma vi è qualche passo sulla tribolazione, nell’Antico Testamento, che menzioni questi santi gentili? No, questi passi sono addotti. Se non ne esiste nessuno, i pre-tribolazionisti potranno difficilmente parlare di un misterioso silenzio, nell’Antico Testamento, per quanto riguarda la chiesa, poiché esso rimane in silenzio anche per quanto riguarda i santi gentili che, sappiamo con certezza, saranno sulla terra durante la tribolazione. Nessuno dei “misteri” distintivi della chiesa (come l’uguaglianza di ebrei e gentili in un unico corpo, la chiesa come sposa di Cristo e Cristo che risiede nei credenti) è mai specificatamente applicato ai santi della tribolazione. Ma ciò diventa un argomento per i pre-tribolazionisti, con la premessa che il peso di dimostrare che i santi della tribolazione appartengono alla chiesa grava poi sui post-tribolazionisti. Se invece gravasse sui pre-tribolazionisti il peso di dimostrare che i santi della tribolazione non appartengono alla chiesa, il ‘fallimento’ degli autori del Nuovo Testamento di aver scelto una singola generazione della chiesa sulla terra come possidente dei “misteri”, allora, non avrebbe peso e l’applicazione dei “misteri” a tutte le generazioni della chiesa verrebbe da sé. Inoltre, per quanto ne sapevano gli autori del Nuovo Testamento, la loro generazione, a cui essi spiegavano i “misteri”, poteva benissimo essere l’ultima. Nessuna fazione guadagna un argomento di valore indipendente, dunque, poiché la faccenda si riduce semplicemente a gettare il peso della ricerca delle prove sull’altra fazione”.

“Nella questione cronologica relativa al rapimento, il problema dispensazionale si concentra nel campo dell’ecclesiologia. Un assoluto silenzio dell’Antico Testamento sul tempo presente, una totale disconnessione della chiesa dal divino programma per Israele e una chiara rottura tra le dispensazioni sarebbero a favore del pre-tribolazionismo: la chiesa non sarebbe collegata alla settantesima settimana di Daniele né alla tribolazione, un periodo di tempo che avrebbe a che fare solo con Israele. Ma una parziale rivelazione dell’era presente nell’Antico Testamento, una connessione (non necessariamente identificazione) tra Israele e la chiesa e un cambiamento della dispensazione che coinvolge un periodo di transizione, apre la porta alla presenza della chiesa durante la tribolazione” (Robert H. Gundry, The Church and the Tribulation, 1973, pp. 12-13, il corsivo nel testo è nostro).

La chiesa come mistero (Efesini 3:1-12) e le connesse “insondabili ricchezze di Cristo”, così come il “mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio, il Creatore di tutte le cose; affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio”; non contempla il suo riflesso nell’Antico Testamento dalla rivelazione di Paolo su di esso. Cioè, guardando “indietro”, nell’Antico Testamento, dalle epistole paoline, si possono chiaramente accertare quei passi biblici (in numero crescente, devo aggiungere) che rivelano la presenza della chiesa dalle dichiarazioni di Paolo e in “connessione” col futuro di Israele, come pure il suo. Discuteremo queste scoperte più estensivamente nel capitolo sul dispensazionalismo giovanneo; comunque, le allarmanti estrapolazioni dovute all’urgenza, tra i dipensazionalisti progressivi, di trovare qualche forma di “terreno comune”, specialmente con la nuova teologia del patto, è ciò che preoccupa maggiormente. Noi non approfondiremo gli “aspetti profetici” della chiesa da un punto di vista paolino o giovanneo, mescolando la visione della chiesa con le proprietà di Israele. Gundry sostiene:

“Logicamente, la posizione della chiesa e la sua cronologia sono del tutto misteriose per l’Antico Testamento, col pericolo di cadere nell’ultra-dispensazionalismo. Perciò, se asseriamo che la chiesa è completamente un’altra cosa rispetto a ciò che è stato visto nell’Antico Testamento e allo stesso tempo ammettiamo la piena forza delle citazioni dei passi veterotestamentari che trovano compimento negli Atti e nelle Lettere di Paolo precedenti alla sua prigionia, possiamo solo dedurre che la presente dispensazione non abbia avuto inizio prima della fine degli Atti. Per evitare una simile conclusione, possiamo o minimizzare le citazioni del Nuovo Testamento o soddisfare quelle dell’Antico, procedura non valida; oppure possiamo ammettere che la chiesa non è del tutto estranea alle profezie dell’Antico Testamento riguardanti Israele. Una simile ammissione apre una porta dispensazionale al post-tribolazionismo, rendendo possibile la presenza della chiesa sulla terra durante un periodo di tempo predetto nell’Antico Testamento, così come nella tribolazione” (Ibid. p. 18, il corsivo è nostro).

“Essendo le altre cose paritetiche, una chiara rottura tra le dispensazioni a Pentecoste renderebbe più semplice l’individuazione di un’altra chiara rottura tra la fine dell’era della chiesa e l’inizio della settantesima settimana di Daniele. Comunque, senza sminuire il significato del giorno della Pentecoste e del battesimo dello Spirito in quel giorno, ci sono chiare indicazioni che il cambiamento da Israele alla chiesa ha avuto luogo in un prolungato periodo di transizione databile dall’inizio del ministero di Gesù ad un momento successivo alla Pentecoste” (Ibid. p. 19, il corsivo è nostro) [Il dispensazionalismo paolino sarebbe del tutto in accordo con questa asserzione, poiché la rivelazione del corpo unico in Cristo non ebbe luogo fino a che fu Paolo stesso a rivelarla, n.d.a.].

“In un tentativo di scollegare la chiesa dall’opera di Dio con Israele e le nazioni, spesso si pone enfasi sul concetto di unicità della chiesa. Certamente, molte caratteristiche della chiesa e quest’era sono uniche. Tuttavia, le Scritture insegnano anche l’essenziale unità di tutti i santi [Nonostante le sfaccettature e differenziazioni della loro partecipazioni nella cronologia divina nel corso della storia, n.d.a.]. Le distinzioni dispensazionali nell’ambito del popolo di Dio sono economiche e superficiali. Ad un livello più profondo, tutti i santi godono dell’unità in Cristo. Tale unità permette e provvede le basi per una sovrapposizione delle dispensazioni” (Ibid. p. 21) [Un dispensazionalista paolino come Stanford sarebbe in pieno disaccordo con l’affermazione di Gundry secondo cui il destino di Israele è da considerare del tutto separato da quello del “mistero” rivelato a Paolo e che la descrizione di Eschaton della Nuova Gerusalemme non si scontra con la dichiarazione di eterna separazione tra Israele e la chiesa, sebbene tale separazione sia descritta come di natura “funzionale” o “posizionale”, ma costituita come l’unica Nuova Gerusalemme, la Donna, la Sposa dell’Agnello, n.d.a.].

Questo ci porta ancora una volta al problema dei redenti durante il periodo della tribolazione, senza contare i 144.000 “evangelisti ebrei” che proclameranno l’Agnello di Dio alle moltitudini che usciranno dalla tribolazione da ogni lingua, tribù, nazione e popolo.

È interessante che il dispensazionalismo progressivo affermi (per le ragioni sbagliate, mantenendo la sua posizione pre-tribolazionista) che i “santi della tribolazione” di Apocalisse 7 sono certamente parte del corpo di Cristo (ciò è giusto, ma per i motivi sbagliati).

Craig Blaising scrive: ‘I dispensazionalisti progressivi vedono questi santi come parte del corpo di Cristo, quindi della chiesa, come è definita nel Nuovo Testamento. Tuttavia, essi affermano anche che vi sia un rapimento precedente la tribolazione sulla base di 1 Tessalonicesi 4-5’ (Three Views of the Millennium and Beyond, ed. Darrell Bock, p. 210). Da un lato egli dice che il rapimento precede la tribolazione, ma dall’altro dice che i santi della tribolazione fanno parte della chiesa. I dispensazionalisti progressivi si basano su due straordinari principi: 1) La chiesa sarà rapita prima della tribolazione; 2) la chiesa sarà presente nella tribolazione. Mentre la Cena della Nozze dell’Agnello starà avendo luogo nei cieli (cioè durante il periodo dei sette anni di tribolazione), parte della Sua Sposa sarà ancora sulla terra!” (Progressive Dispensationalism, Some Observation, Middletown Bible Church).

È giusto dire che i progressivi sono stati molto poco esposti nel loro alquanto farsesco tentativo di espellere la chiesa includendone, allo stesso tempo, i suoi santi sofferenti: essa sarebbe una “sposa parziale”! D’altro canto, i dispensazionalisti paolini sono, in base ai loro scritti, determinati a trarre i testimoni redenti del popolo di Dio (la chiesa) fuori dalla settantesima settimana, persuasi che Dio semplicemente non può operare con due popoli allo stesso tempo e deve dare carta bianca ai 144.000 evangelisti ebrei nel raggiungere le moltitudini di gentili durante i sette anni.

Ciò presenta un immediato rompicapo: il dispensazionalismo paolino si è preso l’impegno di separare la chiesa, Israele e le nazioni (i gentili), tuttavia, chi sono i “santi della tribolazione” che seguono l’Agnello? E chi sono coloro che hanno “vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e con la parola della loro testimonianza”? Se non sono la chiesa (poiché essa viene rapita prima dell’inizio della settantesima settimana, periodo della tribolazione) e di certo non sono Israele (poiché esso si starà preparando al suo Vangelo del regno), allora chi sono? A che “gruppo” appartengono? Sono forse invitati “ritardatari” alla Cena delle Nozze dell’Agnello?

Questo ci porta al dispensazionalismo giovanneo nella cornice del “dispensazionalismo transizionale” di Robert H. Gundry.

Il dispensazionalismo giovanneo

Il dispensazionalismo giovanneo è una “rivelazione profetica” che collega la separazione tra Israele e la chiesa (tradizionale/classico/ paolino) e il dispensazionalismo transizionale mentre mantiene i due (Israele e la chiesa) distinti, ma in collaborazione profetica e ultima manifestazione in quanto Sposa di Cristo (nell’Eschaton). Esso milita contro il dispensazionalismo progressivo per tutte le ragione suddette, collegato alla posizione celeste che la chiesa occupa in Cristo, giustapposto ad un “Vangelo delle opere opposto al Vangelo della grazia di Dio”.

Benché rimanga al sicuro nell’ambito del dispensazionalismo paolino, esso occupa una nicchia unica nell’ambito del “futurismo”, del tutto al di fuori della teologia del patto e del vano tentativo di supersessionismo della chiesa riformata, dove la chiesa soppianta le prerogative della nazione di Israele, ma allo stesso tempo si oppone alla separazione escatologica sostenuta dal dispensazionalismo tradizionale/classico/pre-tribolazionista (cioè, nel post-tribolazionismo lo schema divino non solo permette, ma richiede che sia fornito un “testimone” dalla prospettiva divina sia da parte di Israele che della chiesa; questo nel marcato scetticismo dei sostenitori della teologia del patto, i quali ritengono inaccettabile affermare che la nazione di Israele possa mai costituire un testimone per le potenze mondiali dei gentili dato il loro stato di estraneità al patto).

Una volta annunciato il compimento del “mistero” (“ma nei giorni in cui si sarebbe udita la voce del settimo angelo, quando egli avrebbe sonato, si sarebbe compiuto il mistero di Dio, com’egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti”, Apocalisse 10:7), avrà luogo il rapimento della chiesa. È il “suono della settima tromba” che annuncerà sia il riversamento delle “sette coppe dell’Ira di Dio/Ira dell’Agnello” (i 30 giorni o fino al 1290esimo giorno delle desolazioni menzionato in Daniele 12:11), sia il rapimento della chiesa e il compimento del “mistero di Dio”, che è certo la chiesa (poiché chi scrive non vede alcuna classe speciale di redenti che seguiranno l’Agnello e trionferanno nel Suo sangue senza che abbiano partecipato al “mistero nascosto in Cristo prima della fondazione del mondo”).

Il dispensazionalismo giovanneo acclama il “testimone profetico” di Israele e della chiesa da un prospettiva divina, all’inizio della settantesima settimana di Daniele. Esso marca il significato escatologico del risveglio della nazione di Israele verso il suo raduno presso Eretz Israel (sionismo) e sottolinea l’intensificazione di tale testimonianza nella settantesima settimana come pronunciato incitamento rivolto alle nazioni dei gentili.

Inoltre, il dispensazionalismo giovanneo vede nel cosiddetto dispensazionalismo progressivo e nelle sue deviate diramazioni (dispensazionalismo messianico e Lordship Salvation) una palese opposizione alle pure verità racchiuse nell’ambito del dispensazionalismo paolino, che degradano la celeste rivelazione della chiesa ad elementi terreni del Vangelo del regno originariamente presentato ad Israele prima della croce e che conduce, nel peggiore dei casi, a due disastri teologici: 1) la “galatianizzazione” della fede, giudaizzando la chiesa e portandola di nuovo sotto la legge; 2) l’imposizione alla chiesa di una vita di opere, tramite il Vangelo del regno predicato ad Israele durante l’iniziale insegnamento del Signore, giustapposto alla “visione celeste” del Signore stesso, rivelata tramite Paolo e conosciuta come Vangelo della grazia /Vangelo di Cristo /il “mio Vangelo”.

Per via della sua distinta escatologia post-tribolazionista, il dispensazionalismo giovanneo richiede che l’Israele profetico (il presente raduno, la “valle piena d’ossa”) e la “perseveranza dei santi” (i “santi della tribolazione”, la chiesa) costituiscano i “due testimoni” (Apocalisse 11. Non individui come Mosè, Enoc, Elia, Antico e Nuovo Testamento o la legge e i profeti; poiché “la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà”, Apocalisse 11:7). Essi saranno chiamati a portare la testimonianza profetica nel crogiolo dell’intera settantesima settimana della profezia di Daniele (tre giorni e mezzo di testimonianza continua e tre giorni e mezzo di persecuzione, Apocalisse 11:2-12). In sostanza: i due testimoni sono in guerra contro la Bestia e devono avere natura collettiva.

Non andremo tanto in là da ribadire quello che Gundry postula, ma, come si vedrà più tardi, ne siamo tentati.

“È una questione di aver a che fare, contemporaneamente, con due gruppi di persone e testimoni redenti. Due diversi gruppi di santi, coloro che appartengono alla chiesa e coloro che appartengono ad Israele, potranno coesistere sulla terra e magari vivere secondo regole differenti? Se si, la chiesa della tribolazione sarà costituita solo da credenti gentili? Queste due distinti gruppi di testimoni predicheranno il Vangelo, magari delle variazioni di esso? Simili domande sorgono spontanee se consideriamo la tribolazione come momento ‘di transizione’. Ma la mera esistenza di simili domande non preclude la possibilità della presenza della chiesa nelle tribolazione. Poiché potremmo farci le stesse domande sui santi che sappiamo essere passati dalla dispensazione mosaica alla chiesa” (Gundry, The Church and the Tribulation, Zondervan, 1973, p. 23).

Gundry, comunque, chiarisce subito:

“La tribolazione conosce solo un gruppo di redenti, la chiesa. Gli ebrei rigenerati che rimarranno apparterranno alla chiesa, così come adesso (Romani 11:5), e saranno rapiti alla venuta di Cristo dopo la tribolazione. La parte non convertita della nazione ebraica, che sopravviverà alla tribolazione grazie alla speciale protezione di Dio (Apocalisse 7:1-4) si pentirà, crederà e sarà salvata quando vedrà il Messia discendere. Ma essi non parteciperanno al rapimento ed entreranno, invece, nel millennio del restaurato regno di Davide come individui dal corpo naturale” (Ibid. p. 24).

Gundry non contesta le identità dei due testimoni di Apocalisse 11 in quanto esseri “collettivi”, ma noi affermiamo che il dispensazionalismo giovanneo lo fa. La chiesa e la nazione di Israele sono in “collaborazione divina”: l’una, la chiesa, predica il Vangelo della grazia di Dio, provocando i principati e le potestà precipitate dai cieli, come pure l’Anticristo/Bestia e la seconda Bestia/Falso Profeta (“essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte”, Apocalisse 12:11); Israele, invece, anche nell’incredulità, sarà radunato nella sua terra come dichiarazione profetica della “misericordia di Davide”, in previsione di un Vangelo del regno che presto avrà luogo.

Al contrario, Gundry non vede testimoni in sé per sé nella preparazione di Israele durante la settantesima settimana, di conseguenza non vede Israele come uno dei due testimoni di Apocalisse 11:

“Dobbiamo valutare più a fondo la natura distintiva della settantesima settimana. Dio non starà ancora semplicemente avendo a che fare con la nazione di Israele, cosa che ha iniziato a fare molti secoli prima della visione di Daniele. Piuttosto, la settantesima settimana rappresenta un periodo di tempo in cui Dio opererà per la purificazione di Israele e la sua conversione (Daniele 9:24). Ciò avverrà nonostante l’esclusione del Messia, la distruzione della città e del santuario e nonostante la rottura del trattato tra l’Anticristo e gli ebrei e la perpetrazione dell’abominazione della desolazione. Alla fine del periodo, Dio avrà condotto Israele al luogo della fine delle trasgressioni, della riconciliazione e della giustizia eterna. Nulla di ciò che è intrinseco alla promessa potrà impedire a Dio di aver a che fare con la chiesa durante la settantesima settimana, mentre condurrà, allo stesso tempo, Israele verso i suoi obiettivi. E mentre la dissacrazione e distruzione del tempio durante l’era della chiesa (70 d.C.) porta al compimento della profezia dell’abominazione della desolazione ad opera dell’Anticristo (Daniele 9:27), la disputa sull’esclusione della chiesa dalla settantesima settimana cade a terra. Sembra ovvio che il compimento finale debba seguire il suo corso naturale cadendo nell’ambito dell’età della chiesa.

“Inoltre, da una prospettiva post-tribolazionista della tribolazione, la chiesa sarà il solo testimone di Dio durante la tribolazione stessa. Poiché tutti i redenti di questo periodo, ebrei e gentili, apparterranno alla chiesa, ma non fino alla loro conversione durante la Parusia, che inaugurerà il regno millenario di Cristo in cui Dio ristabilirà la nazione di Israele come Suo testimone tra le nazioni. Prima di ciò, è ragionevole pensare che sia la chiesa, piuttosto che Israele, a rappresentare Dio nel mondo durante il tempo in cui Israele sarà soggetto al suo ultimo e amaro castigo” (Gundry, The Church and the Tribulation, p. 26, il corsivo è nostro).

Qui dobbiamo dissentire da Gundry. La visione del dispensazionalismo paolino è da una “prospettiva divina” e vede la preparazione di Israele nel crogiolo della turbolenta settimana finale come testimone per le nazioni gentili, con la promessa di Dio di raffinare i “figli di Levi” e “ungere il luogo santissimo” (cioè la “purificazione del terzo Tempio”, “un’offerta al Signore nella giustizia”), per attestare la sua parola rivolta a Davide senza compromessi, senza condizioni, unilaterale e fedele al patto, da cui consegue una meravigliosa preparazione in cui Israele diverrà una “coppa di stordimento per tutte le nazioni circostanti”, nel tempo in cui “i re della terra si danno convegno e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami, e liberiamoci dalle loro catene». Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro. Egli parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti: «Sono io», dirà, «che ho stabilito il mio re sopra Sion, il mio monte santo». Io annuncerò il decreto: Il Signore mi ha detto: «Tu sei mio figlio, oggi io t’ho generato. Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d’argilla» […] Rendete omaggio al figlio, affinché il Signore non si adiri e voi non periate nella vostra via, perché improvvisa l’ira sua potrebbe divampare. Beati tutti quelli che confidano in lui!” (Salmo 2).

Israele e la chiesa sono distinti, ma la loro “testimonianza profetica” è del tutto in divina collaborazione. Entrambi sono chiamati a testimoniare contro Babilonia, la grande città (poiché alla fine essi costituiranno la città santa, la Nuova Gerusalemme), per una giusta ragione: il Giudice di tutta la terra richiede un verdetto di colpevolezza, ma attende la piena testimonianza dei suoi testimoni scelti (cfr. Numeri 35:30; Deuteronomio 17:6; 19:15; Matteo 18:16; 26:60). Il “tribolo” o “periodo della tribolazione” è, in sostanza, una cosmica aula di tribunale in cui Dio chiama i suoi due testimoni alla sbarra laddove le prove richiedono un verdetto contro l’accusato (cioè “l’accusatore dei fratelli”) e la sua grande città, Babilonia, che è stato “provato” negli ultimi quattromila anni.

È per queste ragioni che il ripetuto appello ad una “collaborazione profetica congiunta” nella rivelazione richiede una rivalutazione della testimonianza di Israele nel crogiolo della settantesima settimana.

  1. “Allora il dragone s’infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio (Israele) e custodiscono la testimonianza di Gesù (la chiesa) (Apocalisse 12:17).
  2. E cantavano il cantico di Mosè (Israele), servo di Dio, e il cantico dell’Agnello (la chiesa) (Apocalisse 15:3).

L’ultima manifestazione della Sposa denota decisamente l’enfasi su due nomi nella descrizione della Nuova Gerusalemme:

“Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò, dicendo: «Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell’Agnello». Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello (Apocalisse 21:9-14, il grassetto è nostro).

Si noti chiaramente che la consumazione delle ere in Eschaton (dopo il Giudizio del grande trono bianco di Apocalisse 20:11-14, in concomitanza con i “nuovi cieli e nuova terra” annunciati in Apocalisse 21:1 e la rivelazione della Nuova Gerusalemme, la Donna, la Sposa dell’Agnello), dopo il regno millenario, inaugura i “nuovi cieli  e nuova terra”, ma svela la gloriosa Donna, la Sposa dell’Agnello, costituita da Israele e la chiesa, distinti ma in unione eterna. Che grazia è questa!

Benché le promesse del nuovo patto fatte alla nazione di Israele sono immediatamente riconosciute alla seconda venuta del Messia (così tutto Israele sarà salvato e il trono di Davide sulla terra si realizzerà nel suo millenario compimento, cioè l’inaugurazione del patto di Geremia ed Ezechiele), esse, le “dodici tribù d’Israele”, saranno parte, nell’Eschaton, dell’ultima manifestazione dell’opera di Dio, la Sposa dell’Agnello, la Nuova Gerusalemme; e con la chiesa saranno considerate il capolavoro universale di Dio, la Donna, la Sposa dell’Agnello. È assurdo concludere che vi siano due spose (una Israele e una la chiesa), così come è assurdo concludere che vi siano due patti. Permettetemi di rifiutare l’insana dottrina secondo cui l’Agnello di Dio sarebbe poligamo!

È nell’ambito del dispensazionalismo giovanneo che troviamo l’intento escatologico di porre sia cieli che terra nel giudizio finale e nel compimento profetico. Inoltre, la decisiva testimonianza di Israele di fronte alle potenze gentili è insindacabile, così come lo sforzo finale della chiesa contro i principati e le potestà dell’aria che viene combattuto nei cieli, mentre viene sottoposta a dura prova sulla terra durante la settantesima settimana. È per necessità divina che i Suoi testimoni, Israele (i due olivi) e la chiesa (i due candelabri), siano chiamati a fornire in contemporanea la testimonianza celeste e terrestre, in sincrona e divina collaborazione, affinché l’angelo annunci il giudizio finale contro la grande città di Babilonia e la sua tripartita manifestazione: l’apostasia religiosa (la meretrice di Apocalisse 17); lo sfruttamento commerciale (i mercanti di Apocalisse 18); e la Babilonia politica (la Bestia e la seconda Bestia e l’imprigionamento del Dragone, il serpente antico, che è il Diavolo e Satana, per mille anni in Apocalisse 19).

Tre alleluia sono stati riservati nel Nuovo Testamento fino alla distruzione totale della nuova Babilonia (Apocalisse 19:1-4: “La grande città si divise in tre parti, e le città delle nazioni crollarono e Dio si ricordò di Babilonia la grande per darle la coppa del vino della sua ira ardente” (Apocalisse 16:19).

Allo stesso modo, è il massimo inganno del provocatore di Dio, di disseminare le sue menzogne per separare i due testimoni dalla loro simultanea e insindacabile dichiarazione rivolta ai cieli e alla terra durante gli ultimi giorni della sua fine. Quindi, benché la chiesa abbia realizzato il suo speciale ruolo nei cieli e Israele il suo ruolo sulla terra attraverso le scoperte di Darby (ponendo la chiesa contro le vicissitudini dell’anti-semitismo susseguitesi per secoli attraverso la Riforma e l’Europa cattolica) tale illuminazione delle Scritture è stata torturata e la sua verità trattenuta dai due profeticamente assenti, benché la dottrina del “rapimento segreto” della chiesa (ostacolato dai compromessi del dispensazionalismo messianico e dai velati tentativi di supersessionismo del dispensazionalismo progressivo, per quanto involontari) abbia portato la chiamata della chiesa nell’ambito di Israele, distruggendo la suprema integrità spirituale del dispensazionalismo paolino.

Noi non consideriamo la difesa del dispensazionalismo tradizionale/classico né di quello paolino come in contrasto con il dispensazionalismo giovanneo, in quanto tutti i credenti in Gesù come Messia, prima del rapimento post-tribolazionista della chiesa (cioè “prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria”, 1 Tessalonicesi 4:16-17), siano essi gentili o ebrei, costituiranno comunque la chiesa (cioè vi saranno membri ebrei e gentili); e, inoltre, la rivelazione del Messia alla nazione di Israele e la sua seguente salvezza con il compimento del regno davidico/palestinese millenario, non si oppone al dispensazionalismo tradizionale o paolino. I loro ruoli distinti sono preservati e aumentati nel compimento della loro chiamata, da parte di Dio, a portare la loro testimonianza contro la grande città (cioè la città santa contro la grande città).

Molti dispensazionalisti, insieme ai sostenitori della teologia del patto, non riescono a realizzare che ci sono due Vangeli, ognuno dipendente dal sangue della croce. Uno è terreno, l’altro è celeste, ed entrambi sono ‘secondo Cristo’. Uno è stato annunciato da Lui stesso sulla terra, nella Sua umiliazione, prima della croce, esclusivamente per Israele e il suo regno terreno. L’altro, che è anche il prodotto di una ‘nuova creazione’, è stato annunciato a Paolo dal Signore Gesù Cristo glorificato, dopo il calvario, dai cieli, esclusivamente per il Suo prescelto corpo celeste, la Sua Sposa. È un errore grave mettere gli insegnamenti degli apostoli contro la parola del nostro Signore e immaginare che le due cose si contraddicano a vicenda o parlino di differenti dispensazioni. I Vangeli sono il fondamento su cui sono costruite le Lettere. L’intero libro di Giacomo, per esempio, si legge come un commentario del Sermone sul Monte” (Dispensational Today, p. 214; tratto da: Miles Stanford, The Dispensational Gospels).

Qui è dove il “Vangelo del regno” e il “Vangelo della grazia” di Stanford sotto il dispensazionalismo giovanneo, deve emergere nel “Vangelo eterno” formato dai “due Vangeli” uniti. Ciò non è un affronto alle insondabili ricchezze in Cristo, ma una consumazione divina di inestimabile perfezione profetica alla gloria di Dio!

In conclusione, il “ministero” del Falso Profeta giunge a preparare la via alla prima Bestia, con l’intento di fare un’immagine della Bestia in cui glorifichi anche sé stesso mentre glorifica la Bestia. L’infatuazione della chiesa per lo stato (le “chiese di stato” d’Europa agitate dai presupposti del Vangelo del regno sotto la teologia del patto con la sua conseguente azione escatologica e la persistente e crescente chiamata da parte dei sostenitori della teologia del patto che richiedono la partecipazione cristiana alla “riforma sociale”) è la conclusione ultima della cattiva interpretazione del Vangelo del regno e la visione imminente della meretrice che cavalca la Bestia. È l’antitesi della “gloria di Dio” (Apocalisse 21:23), poiché la Sposa dell’Agnello non indulge mai nella glorificazione di se stessa ma “fissa il volto dello Sposo. Così anche: “Chi sei tu, o grande montagna? Davanti a Zorobabele tu diventerai pianura; egli asporterà la pietra principale, in mezzo alle grida di: Grazia, grazia su di lei!” (Zaccaria 4:7). Questo è il compimento finale del Suo piano eterno di “raccogliere tutte le cose in Cristo”.

“È arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il loro premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra». Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l’arca dell’alleanza” (Apocalisse 11:18-19).

(PARTE I) (PARTE II)

di Doug Krieger © The Tribulation Network – Pubblicazione a cura di Sequenza Profetica