Il messianismo americano

di Miles J. Stanford

Quando le divisioni dottrinali intorno alla parola della verità sono date per scontato, come avviene tra la maggior parte dei dispensazionalisti di oggi, viene a crearsi un vuoto teologico. Una delle cause maggiori di questo vuoto è il risultato degli sforzi atti ad offuscare, se non obliterare, la distinzione tra Israele e la Chiesa, la legge e la grazia. 

Con il sono scopo di esservi utile ad identificare la questione del cristianesimo ebraico, voglio condividere con voi alcuni estratti da un libro che ho letto di recente, accompagnandoli da alcuni miei commenti tipici del dispensazionalismo.

Il titolo del libro (di 142 pagine) è: Hebrew Christianity: its Theology, History, and Philosophy (Il cristianesimo ebraico: la sua teologia, la sua storia e la sua filosofia), scritto da Arnold Fruchtenbaum nel 1983 mentre si trovava in Israele. Penso che le sue tesi siano rappresentative dell’Americanismo Messianico.

Quello che devo dire sarà molto breve, senza entrare in dettagli dottrinali. Sarà solo un portare alla luce il contrasto tra il cristianesimo ebraico e la Chiesa. Le frasi che sono tratte dal libro sono riportate in corsivo nella colonna di sinistra.


“Cristianesimo” ebraico

Cristianesimo paolino

Cos’è, dunque, un ebreo cristiano? È un ebreo che crede che Gesù Cristo è il Messia. Egli deve realizzare di essere sia ebreo che cristiano (p. 12).
Questo è un tentativo di creare una dicotomia che, in Cristo, non esiste: c’è solo “un uomo nuovo”, “un corpo” (Efesini 2:14-16).
Se un ebreo accetta il battesimo solo per annullare la sua identità di ebreo, egli non si può in nessun modo considerare un ebreo cristiano; è un rinnegato, un traditore e un apostata. Un ebreo cristiano è fiero di appartenere ad Israele (p. 13).
Ecco il tasto dolente dei messianisti, il loro vero volto. Essi infatti non sono altro che giudaizzanti che tornano al cristianesimo. Non vogliono sapere dove stanno andando, ma solo dove sono stati. 

 

Se si prova ad insegnare loro la verità dottrinale su chi e dove sono in quanto membri del corpo del glorificato e asceso Signore Gesù Cristo, ma senza giudaismo, ci si scontra, quasi sempre, col loro totale rifiuto, tanto del messaggio che di chi lo porta.

 

L’esperienza che si fa è simile all’odio feroce e irriducibile che erompe dai carismatici quando si rigetta la loro predicazione e si fa appello alla sicurezza eterna. Simili reazioni e atteggiamenti verso la verità, nonché coloro che li praticano, di certo non provengono dallo Spirito Santo.

La Bibbia insegna che c’è un cristianesimo ebraico distinto all’interno del corpo di Cristo (p. 17). È la continuità del patto abramitico che fornisce le prime basi della distinzione dell’ebreo cristiano. Poiché tale patto è tuttora effettivo e attivo, queste quattro caratteristiche coinvolgono l’ebreo cristiano sia nella posizione che nella funzione.
L’ebreo cristiano cerca di includere se stesso in un patto che appartiene ad Israele, che sarà effettivo e troverà il suo compimento nel regno millenario e per l’eternità.
Prima di tutto, gli ebrei cristiani sono parte del popolo di Israele, discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe.  

Secondo, la patria di un ebreo cristiano è la terra di Israele, ed è verso questa che deve per prima cosa rivolgersi la sua lealtà, a prescindere dal luogo in cui egli risiede.

Israele è una nazione terrena, e lo sarà per sempre. La chiesa è una nazione celeste; il cielo è la sua dimora, e lo sarà sempre. La Sua Sposa non è di questo mondo. Molti ebrei cristiani sono dichiarati sionisti.
Terzo, la relazione dei gentili con gli ebrei, negli aspetti positivi e in quelli negativi, è tanto vera per gli ebrei cristiani che per gli altri ebrei. 

Gli ebrei cristiani che vengono benedetti o maledetti a causa del loro essere ebrei, vedranno benedetti chi li benedice e maledetti chi li maledice.

Essi tendono interamente al giudaismo. Non riescono a comprendere la loro vera relazione scritturale con il Padre, i gentili e il mondo.
Infine, c’è la questione della circoncisione. Poiché gli ebrei cristiani sono ancora sotto il patto abramitico, allora vi si devono sottoporre. È mia convinzione che un ebreo cristiano debba far circoncidere i propri figli l’ottavo giorno (pp. 28-29).
Paolo li esorterebbe ad allontanarsi da qualunque rituale carnale, per rivolgersi alla realtà spirituale. 

“Guardatevi da quelli che si fanno mutilare; perché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne” (Filippesi 3:2-3).

Il fatto è che Israele, passato, presente e futuro, è il rimanente dei fedeli della rivelazione di Dio. Questo è vero anche nella presente dispensazione della grazia; gli ebrei cristiani sono la rimanenza di Israele oggi. 

La rimanenza risiede sempre nella nazione, non all’esterno di essa; e gli ebrei cristiani, la rimanenza presente, sono parte di Israele e del popolo ebraico. Il loro essere ebrei è un tratto distintivo (p. 31).

Essi preferirebbero essere una rimanenza dell’attuale Israele rigettato, piuttosto che vedersi parte integrante del corpo celeste di Cristo e viverne il beneficio. 

“Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria” (Colossesi 3:2-4).

Israele, in tutta la gloria del suo regno, non si avvicinerà mai a nulla di simile!

Alla sua nascita (30-68 d.C.), il cristianesimo era ebraico e, dal punto di vista pratico, era una setta all’interno dell’ebraismo (p. 35). I credenti gentili erano chiamati cristiani (Atti 11:26), ma i credenti ebrei erano chiamati nazareni (Atti 24:5) (p. 37). 

Diverse ondate di persecuzione contri gli ebrei cristiani si verificarono tra il 32 e il 66 d.C., eppure, essi vivevano presso il loro popolo ebraico, andavano al tempio e celebravano i servizi della sinagoga, osservando le pratiche religiose ebraiche. La politica del cristianesimo ebraico era caratterizzata dalla distinzione rispetto a quella del cristianesimo dei gentili, ma c’era comunque un legame tra di loro (p. 38).

Gli Atti segnano la transizione tra il giudaismo e la sua Legge e il cristianesimo e la sua Vita. Il cristianesimo non è mai stato giudeo, né gentile. Il cristianesimo è Cristo glorificato, istituito dalla discesa dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste.
Nel 1866 venne fondata l’Alleanza degli ebrei cristiani della Gran Bretagna, con la seguente premessa: 

“Non dobbiamo sacrificare la nostra identità. Quando professiamo Cristo, non smettiamo di essere ebrei; Paolo, dopo la sua conversione, non cessò di essere ebreo; non fu solo Saulo, ma anche Paolo, un ebreo di ebrei.

Noi non possiamo e non dobbiamo dimenticare la terra dei nostri padri, ed è nostro desiderio manifestare sentimenti di patriottismo. Come ebrei, come cristiani, desideriamo essere sempre vicini gli uni agli altri”.

Nel 1915 venne fondata l’Alleanza degli ebrei cristiani d’America e, nel 1925, venne fondata a Londra l’Alleanza Internazionale degli ebrei cristiani (p. 49).

Non si discute il fatto che la missione di questi giudei, in questa nazione e in molte altre, abbia condotto molti ebrei alla nuova nascita. Ma va detto, e su questo si sarebbe dovuto insistere da molto tempo, che questa missione rivolta agli ebrei ha lavorato e sta lavorando su delle premesse imprecise, se non addirittura false. 

 

La nazione di Israele, come tale, è stata messa da parte da Dio durante la dispensazione della chiesa/grazia. Per questo, presentare il Messia oggi agli ebrei vuol dire orientarli al giudaismo e al regno d’Israele. È il Vangelo cristiano di Paolo, non il Vangelo del regno del Messia, che porterà lo spirito degli ebrei su un piano celeste nel glorificare Gesù Cristo come Salvatore. Egli è il Capo e la Vita del Suo totalmente esclusivo corpo e Sposa, separato dall’Israele terreno e dal suo regno.

 

Paolo, che ricevette la nuova vita e il messaggio dell’Evangelo dal Signore Gesù glorificato, “si mise subito a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio” (Atti 9:20).

“Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io [non dai discepoli, ma da Cristo glorificato], che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture” (1 Corinzi 15:3-4).

Il credente in Cristo è libero dalla Legge di Mosè ed è libero dal prendere parte nella Legge di Mosè se lo desidera (p. 88).
La vita del credente in Cristo e di Cristo in lui, per non parlare degli ammonimenti ai galati e agli ebrei, preclude un simile pensiero. La Legge è un modus operandi unico: uno non può selezionare e scegliere al suo interno, nemmeno un ebreo.
Il giudaismo moderno non è uguale a quello biblico, né è il “padre del cristianesimo”. Al massimo può essere definito suo fratello, e il giudaismo biblico è il padre di entrambi (p. 106).
Il giudaismo biblico potrà anche essere il padre di quello moderno, ma la Sposa del Signore Gesù Cristo non ne è certamente la discendenza. La sorgente della chiesa è nei cieli, che rappresentano la sua dimora eterna e irremovibile. 

 

Il dottor Chafer ha detto che:

“Il giudaismo non è il germoglio che è sbocciato nel cristianesimo. Ognuno di essi pone la sua base per la relazione tra Dio e l’uomo: gli ebrei attraverso la nascita fisica, i cristiani attraverso quella spirituale; ognuno ha le sue istruzioni per la vita dei suoi adepti: la Legge per Israele, gli insegnamenti della Grazia per la chiesa; ognuno ha la sua sfera esistenziale: Israele sulla terra per tutte le ere a venire, la chiesa nei cieli” (Systematic Theology IV:248).

Ci sono alcuni vantaggi per un ebreo cristiano a mantenere alcune delle festività tradizionali. 

Primo, sono ottime opportunità per condividere la fede con gli ebrei non credenti, mostrando loro il legame tra le feste e il ruolo del Messia.

Il dottor Chafer punta verso l’aspetto spirituale: 

“Il Vangelo va condiviso allo stesso modo con gli ebrei e con i gentili e, senza riferimenti a precedenti condizioni e promesse, queste persone sono portate a confrontarsi con  la gloria delle realtà celesti. Tutti i vantaggi dei giudei e gli svantaggi dei gentili sono messi da parte perché il proposito celeste venga assecondato” (Systematic Theology IV:320).

Secondo, le feste sono un buon modo per identificare noi stessi col popolo di Israele. L’aspetto dell’identificazione è molto importante come testimonianza dell’ebraicità della nostra fede.
Qui giace il consumato compromesso della missione dei giudei: “chinarsi” alla conquista dei poveri ebrei perduti che necessitano della testimonianza vivente della loro fede cristiana per essere vinti al glorificato Figlio di Dio. Se gli ebrei cristiani ne sapessero di più della loro identificazione col Signore Gesù Cristo nella Sua morte, sepoltura, resurrezione e ascensione, non sarebbero così inclini ad identificarsi con l’ebraismo terreno.
Terzo, le feste costituiscono le basi per l’insegnamento della storia e della cultura ebraica. Questo è particolarmente importante per instillare il giudaismo nei figli degli ebrei cristiani.
Maggiore è l’influenza del giudaismo nei bambini, più grande sarà la barriera e il pregiudizio che avranno rispetto al cristianesimo.
Quarto, le feste servono come opportunità per adorare Dio e ringraziarlo per ciò che ha fatto nel corso della storia di Israele; e per quello che ha fatto per noi con il compimento dei giorni sacri ebraici nella figura del Messia (p. 107).
Anche se ogni Scrittura è utile (2 Timoteo 3:16), non tutta è diretta al corpo di Cristo. Lo Sposo glorificato parla alla Sua amata Sposa principalmente attraverso le Epistole di Paolo alle chiese. 

 

Al di fuori di Paolo non possiamo sapere nulla sull’esatto significato delle vitali dottrine cristiane, come la propiziazione, la riconciliazione, la giustificazione, l’identificazione, la santificazione, la chiesa e il suo rapimento.

 

Rimuovere Paolo, o non costruire sulla verità della chiesa paolina, significa restare con il relativamente poco della Legge mosaica e del regno millenario. Non c’è nulla in tutte le Scritture riguardante la crescita del cristiano, che Paolo non stabilisca sul piano celeste.

 

Come dice il mio vecchio amico William Newell:

“Paolo ricevette tutti i suoi insegnamenti dal cielo, dal Signore Gesù Cristo in gloria, piuttosto che da Gesù sulla terra, nel suo legame con gli ebrei precedente alla croce.

 

Il Vangelo di gloria di Paolo non ha nulla di ebraico, né per nascita né per crescita. Egli venne così completamente tratto fuori dal giudaismo e dai legami con le ‘cose vecchie’, che gli ebrei non lo avrebbero mai riconosciuto. E gli ebrei convertiti, a loro volta, lo equivocano continuamente, per non parlare di molti cristiani oggi!”.

 

Quando gli ebrei cristiani si riferiscono a Paolo, essi si sforzano di mantenerlo il più ebreo possibile. Ma Paolo rifiutò tutto quello che viene dalla carne.

 

“Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io, circonciso l’ottavo giorno, della razza d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d’Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile.

 

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Filippesi 3:4-8).

 

Paolo si sta riferendo al Signore Gesù Cristo glorificato “allo scopo di conoscerlo” (Filippesi 3:10). Egli, e la nostra celeste posizione in Lui, non potrà mai essere trovato in alcunché di “giudaistico”.

 

(Tradotto e pubblicato da Sequenza Profetica con il permesso di www.withchrist.org)