ISRAELE E LA CHIESA

Giuseppe, i suoi fratelli e gli egiziani

PARTE V

di Doug Krieger

Le prime quattro parti di questa serie hanno coperto l’argomento “Israele e la Chiesa come i due testimoni di Apocalisse 11 e Daniele 12”. Quest’ultima parte si occuperà nello specifico di Israele e la Chiesa nel contesto di “Giuseppe, i suoi fratelli e gli egiziani”. Ritengo più che appropriato includere questa sezione in questo contesto, dal momento che accende l’attenzione sulla parte finale dei sette anni di tribolazione della settantesima settimana di Daniele.

La storia di Giuseppe costituisce una delle vicende più appassionanti della Bibbia e ci fornisce prove notevoli del fatto che il Signore ha predisposto il Suo piano in contemporanea per Israele e la Chiesa.

Lo schema qui sopra mostra le relazioni esistenti tra le tre “entità” che troviamo in Genesi nei capitoli da 37 a 49, dove l’apice è rappresentato dal  momento in cui, di fronte a tutti, Giuseppe rivela la sua identità alla sua parentela ebraica (Genesi 45:1-8). Allo stesso modo lo “sfondo” di queste relazioni è sottolineato nel capitolo 43, quando i fratelli portano con sé in Egitto il figlio minore di Giacobbe (Beniamino, il fratello di Giuseppe nato dalla stessa madre, Rachele) su ordine di Giuseppe stesso. Tutti e undici sono ora presenti di fronte a lui, insieme agli egiziani:

“Fu dunque portato il cibo per lui a parte, per loro a parte e per gli Egiziani che mangiavano con loro a parte; perché gli Egiziani non possono mangiare con gli Ebrei; per gli Egiziani è cosa abominevole. Ma essi sedevano di fronte a lui, dal primogenito, secondo il suo diritto di primogenitura, fino al più giovane secondo la sua età; e si guardavano l’un l’altro stupiti. Giuseppe fece loro portare delle vivande che aveva davanti a sé; ma la porzione di Beniamino era cinque volte maggiore di quella d’ogni altro di loro. Bevvero e stettero allegri con lui” (Genesi 43:32-34).

Osserviamo questo straordinario quadro, che non può, nella sua profondità, essere riprodotto totalmente dai libri. Giuseppe è centrale, nel nostro diagramma, da solo, probabilmente al centro della scena, tra i suoi parenti di sangue ebrei e i suoi parenti “di adozione” egiziani.

 

Giuseppe sapeva quale fosse il suo rapporto con entrambi questi gruppi, gli ebrei e gli egiziani (cioè i gentili). Ma sapevano costoro, gli ebrei e gli egiziani, chi fosse lui veramente? Non proprio. Essi lo conoscevano solo come il virtuale protettore e salvatore dell’Egitto. La storia ci parla più volte di come Giuseppe abbia continuamente nascosto la sua identità ai suoi fratelli (e quindi anche agli egiziani). Lasciatemi ora citare alcuni versetti a conferma di questa affermazione sull’unilateralità del rapporto tra questi personaggi:

“Il faraone disse ai suoi servitori: «Potremmo forse trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio?». Così il faraone disse a Giuseppe: «Poiché Dio ti ha fatto conoscere tutto questo, non c’è nessuno che sia intelligente e savio quanto te. Tu avrai autorità su tutta la mia casa e tutto il popolo ubbidirà ai tuoi ordini» […] Così il faraone gli diede autorità su tutto il paese d’Egitto. Il faraone disse a Giuseppe: «Io sono il faraone! Ma senza tuo ordine, nessuno alzerà la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto» […] Giuseppe partì per visitare il paese d’Egitto” (Genesi 41:38-45, estratti).

E quanto a Giuseppe salvatore del paese:

“Quando il denaro fu esaurito nel paese d’Egitto e nel paese di Canaan, tutti gli Egiziani vennero da Giuseppe e dissero: «Dacci del pane! Perché dovremmo morire in tua presenza? Infatti il denaro è finito». Giuseppe disse: «Se non avete più denaro, date il vostro bestiame e io vi darò del pane in cambio del vostro bestiame». Quelli condussero a Giuseppe il loro bestiame e Giuseppe diede loro del pane in cambio dei loro cavalli, delle loro greggi di pecore, delle loro mandrie di buoi e dei loro asini. Così fornì loro del pane quell’anno, in cambio di tutto il loro bestiame […] Così Giuseppe comprò per il faraone tutte le terre d’Egitto; infatti gli Egiziani vendettero ognuno il proprio campo, perché la carestia li colpiva gravemente. Così il paese diventò proprietà del faraone. Quanto al popolo, lo trasferì nelle città, da un capo all’altro dell’Egitto. […] Giuseppe disse al popolo: «Ecco, oggi ho acquistato voi e le vostre terre per il faraone; eccovi del seme; seminate la terra; al tempo della raccolta, ne darete il quinto al faraone; quattro parti saranno vostre, per seminare i campi e per nutrirvi con quelli che sono in casa vostra e con i vostri bambini». Quelli dissero: «Tu ci hai salvato la vita! Ci sia dato di trovar grazia agli occhi del nostro signore e saremo schiavi del faraone!»” (Genesi 47: 15-17, 20-21, 23-25).

Così i popoli di tutti i paesi si recarono da Giuseppe in Egitto a comprare il grano, perché la carestia era grave in tutte le terre. Ma la vera gravità della carestia è resa nota dopo la rivelazione di Giuseppe ai suoi fratelli ebrei (quindi, di conseguenza, agli egiziani), e l’archetipo di Cristo diviene palesemente manifesto.

Innumerevoli seguaci dell’Agnello (ad esempio studiosi della Bibbia come C.H. Macintosh, Andrew Murray, Harry Ironsides, J.N. Darby, e così via) sono convinti della loro interpretazione di Giuseppe come archetipo di Cristo. Le velate allusioni a Cristo che si trovano in questa vicenda sono stupefacenti, anticipando Colui la cui compassione per l’Egitto, come per i Suoi fratelli di sangue, è allo stesso modo visibile.

Il rifiuto, da parte dei fratelli, di Giuseppe, derivò dalla gelosia. La veste colorata regalata a Giuseppe da suo padre, fu un oltraggio per loro; anche i sogni che Giuseppe fece (Genesi 37:7-11) dei suoi fratelli inginocchiati davanti a lui, aggravarono oltremodo la loro invidia (dal loro punto di vista il sogno di Giuseppe era idolatra). Così essi lo gettarono, vivo, in un pozzo, gli tolsero la veste colorata e la sporcarono del sangue di una capra per far credere a Giacobbe, loro padre, che fosse morto.

I caratteri e le ombre qui dipinti sono assai numerosi e profondi, anticipando la figura del Salvatore che fu rifiutato dai Suoi, soffrì e morì per ognuno di noi, facendosi carico dei nostri pesi e dolori, e su di Lui furono scaricati i peccati del mondo. Con il Suo sangue Egli ha “coperto” molte nazioni e, attraverso la Sua resurrezione dalla morte, tutti noi, sia giudei che gentili, abbiamo avuto salvezza.

Giuseppe, fedele sia agli ebrei che agli egiziani, fu posto sul trono dal Faraone stesso (un’immagine di Dio Padre) e, alla fine, Egli ha acquistato tutti noi, perciò Gli gridiamo: “Tu hai salvato le nostre vite!”. Egli è il pane della vita, Colui che ci provvede ogni cosa, il nostro onnipresente aiuto in tempo di necessità. Non possiamo fare nulla, né dare nulla, che non sia stato Lui stesso a provvederci. Con gioia ci prostriamo davanti a Lui e Lo serviamo, perché Lui ci ha riscattati!

Non ci sono dubbi sul fatto che gli ebrei non potessero pagare per la loro “salvezza” in nessun modo. Dalla loro prima visita in Egitto dal loro fratello Giuseppe, e poi nelle visite successive, il loro scambio verbale con Giuseppe fu molto pesante: Giuseppe parlava loro duramente e

vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma si comportò come un estraneo davanti a loro” (Genesi 42:7).

Giuseppe riconobbe gli ebrei, ma celò loro la sua identità ed essi lo sentirono parlare una lingua aspra e sconosciuta. Eppure, durante la loro prima visita, Giuseppe pianse per i suoi fratelli:

“Ora essi non sapevano che Giuseppe li capiva, perché tra lui e loro c’era un interprete. Ed egli si allontanò da loro, e pianse. Poi tornò, parlò con quelli e prese tra di loro Simeone, che fece incatenare sotto i loro occhi” (Genesi 42:23-24).

Ed egli diede loro abbondanti provviste senza prendere denaro in cambio:

“Poi Giuseppe ordinò che si riempissero di grano i loro sacchi, che si rimettesse il denaro di ciascuno nel suo sacco e che si dessero loro delle provviste per il viaggio. E così fu fatto” (Genesi 42:25).

Giuseppe acquistò sia gli egiziani che gli ebrei. Al termine della loro seconda visita in Egitto, con Beniamino, egli li rimandò di nuovo via con il loro denaro intatto e “la coppa d’argento” nascosta nel sacco di grano di Beniamino:

“Giuseppe diede quest’ordine al suo maggiordomo: «Riempi i sacchi di questi uomini di tanti viveri quanti ne possono portare e metti il denaro di ciascuno di loro alla bocca del suo sacco. Metti la mia coppa, la coppa d’argento, alla bocca del sacco del più giovane, assieme al denaro del suo grano». Ed egli fece come Giuseppe aveva detto” (Genesi 44:1-2).

Gli studiosi della Bibbia hanno concluso, nel corso di secoli di studio, che “l’argento” rappresenta la redenzione e la “coppa d’argento” rappresenta “il compimento della redenzione”. La salvezza finale non può essere acquistata con il denaro né tramite sforzi umani, e il compimento della redenzione, dato a Beniamino, non può essere sottovalutato, poiché riguarda quella parte di Israele con cui Giuseppe condivide un rapporto speciale. È notevole che Beniamino sia il più giovane e che diventerà, in seguito, la tribù più piccola nel numero, identificata con Giuda al momento in cui le tribù si separarono e dieci occuparono il nord e due il sud di Israele. Non troviamo forse qui l’immagine del Leone di Giuda che si prende cura di Beniamino?

Allo stesso modo, nella grande processione di “salita” a Gerusalemme, troviamo un’interessante descrizione:

“Ecco il giovane Beniamino, che guida gli altri, i principi di Giuda e la loro schiera” (Salmo 68:27).

E Paolo, il cui nome venne cambiato da Saulo (che significa “piccolo”) in Paolo dopo la sua conversione, difende la posizione di Israele, giustapposta a quella della chiesa, davanti a Dio dicendo:

Dico dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch’io sono israelita, della discendenza di Abraamo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha preconosciuto” (Romani 11:1-2a).

Come possiamo non essere testimoni di Colui che, anticipato dall’immagine di Giuseppe, è venuto dal Suo antico popolo per la completa redenzione e si è rivelato a tutti – a modo Suo, è vero, e in circostanze negative, ma chi non sopporterebbe qualunque sacrificio per il dono della Sua cura e del Suo amore? Il Suo amore è senza condizioni, assoluto e persistente

nel Suo divino desiderio di rivelare chi Egli è ai suoi fratelli: e quel giorno sta arrivando, ed è qui anche ora. Cosa attende il dramma divino nei prossimi sette anni di carestia che colpiranno questa terra!

Alla fine, con Beniamino davanti a lui e le notizie sulle ansie di Giacobbe, Giuseppe viene sopraffatto e svela il suo travestimento. Egli tenta di mantenere il controllo, ma non riesce a non parlare; non ci sono più misteri, non più “relazioni nascoste” da mantenere: “Gli egiziani devono sapere, i miei fratelli devono sapere!”.

“Allora Giuseppe non poté più contenersi davanti a tutto il suo seguito e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!» Nessuno rimase con Giuseppe quando egli si fece riconoscere dai suoi fratelli. Alzò la voce piangendo; gli Egiziani lo udirono e l’udì la casa del faraone. Giuseppe disse ai suoi fratelli: […] «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto […] Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita […] perché sia conservato di voi un residuo sulla terra e per salvare la vita a molti scampati” (Genesi 45:1-2, 4b, 5b, 7).

Così Giuseppe salvò sia egiziani che gli ebrei. Egli sapeva chi era e quale fosse il piano divino dietro il suo rigetto da parte dei fratelli:

“Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio. […] Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto […] Poi si gettò al collo di Beniamino, suo fratello, e pianse; e Beniamino pianse sul collo di lui. Baciò pure tutti i suoi fratelli, piangendo” (Genesi 45:8a, 9b, 14, 15a).

Com’è grande la redenzione!

 

Così gli egiziani capirono chi era in realtà Giuseppe, perché videro quanto profondo e appassionato fosse il suo legame con i fratelli ebrei. E gli ebrei capirono chiaramente chi era Giuseppe e compresero quale fosse il suo legame con la sua patria adottiva, e perché Dio lo avesse mandato in Egitto.

All’inizio, quando i fratelli gettarono Giuseppe nel pozzo, essi pensavano di sapere chi egli fosse, ma non era vero. Poi, quando Giuseppe venne messo sul trono del Faraone e iniziò il suo compito di salvezza del paese tra gli egiziani, e conversò con i suoi fratelli attraverso un interprete, essi lo videro esclusivamente nel contesto del “mondo dei gentili” e non lo conoscevano ancora. Fu solo alla loro seconda visita in Egitto, quando portarono con sé Beniamino e furono tutti riuniti intorno a Giuseppe mentre la carestia divorava il paese, che egli si rivelò del tutto: fu la sua seconda venuta.

Gli egiziani, dal canto loro, conoscevano Giuseppe solo nel contesto del loro “mondo dei gentili”. Non lo conoscevano totalmente, poiché egli non li aveva messi a parte della sua relazione con i fratelli ebrei. Devo aggiungere che la rivelazione di Giuseppe non solo si verifica durante i sette anni di carestia, ma anche nel momento in cui sia ebrei che egiziani sono radunati di fronte a lui. Il grido di Giuseppe, il suo pianto accorato, svelato sia ad ebrei che ad egiziani, mostra Giuseppe nella sua interezza. Immediatamente, questo cambia la sua relazione con entrambi: un tempo essi credevano di conoscersi, ma solo ora si conoscono totalmente, a causa della rivelazione di Giuseppe. Allo stesso modo, la relazione di Giuseppe con ebrei ed egiziani espande la sua dimensione salvifica così come la carestia aveva raggiunto le estremità del mondo conosciuto.

C’è davvero qualcosa in Giuseppe, e credo anche nel Signore Gesù, che è così nascosta, così intensamente personale, che solo Lui può conoscerla. In Lui è presente una passione per Israele che non conosce limiti. È inevitabile e implacabile nella Sua determinazione ad ottenere una relazione di portata incalcolabile, che resta nascosta fino alla carestia che sferzerà tutto il mondo. Nel cuore di Giuseppe, e del nostro Signore, risiede il più intenso amore per Israele. In questo legame risiedono promesse e patti legati con lo stesso Onnipotente, il quale solo rivela la profondità della relazione, l’accessibilità della comunione. Egli rivelerà Se stesso a Suo tempo.

E, nel fare ciò, sarà universalmente dimostrato il nostro Dio Onnipotente, Colui che da un lato si “nasconde”, ma che dall’altro ha fatto l’uomo a Sua immagine per un’intima comunione con Lui: “Adamo, dove sei?”. Il Suo grido, il Suo desiderio, saranno sufficienti e solo Lui potrà fare queste cose. Un giorno sapremo anche come noi siamo stati conosciuti da Dio: perché questo Dio dell’universo desidera una simile intimità dal picco della Sua creazione? Abbiamo disprezzato la Sua comunione nel giardino – abbiamo rigettato Giuseppe – noi, i nostri peccati, hanno crocifisso il Signore di Gloria; eppure Egli ha trovato un modo, un modo glorioso, per farci riavvicinare, riconciliare, e per colmare quell’abisso che ci separa dal Suo irresistibile desiderio di amore eterno.

Gli egiziani, che sperimentarono l’abbondanza della “salvezza” grazie agli sforzi e alla lungimiranza di Giuseppe (che fece immagazzinare cibo nei sette anni di abbondanza per usarlo durante i sette di carestia – Genesi 41:36, 37-49), furono salvati, insieme agli ebrei. La gran parte degli studiosi non hanno scavato nelle “implicazioni profetiche” dietro a Giuseppe come archetipo di Cristo. Cari amici, ignorare le implicazioni profetiche di questo episodio reca grande ingiustizia alla Parola di Dio.

I sette anni di carestia

Ma, non c’è proprio alcuna allusione profetica nei “sette anni di carestia che colpiranno la terra d’Egitto?”. Non c’è alcuna immagine della relazione del Messia con Israele e la Chiesa nel periodo di tempo di sette anni? Non è una “licenza profetica”, una congettura forzata, il vedere questi sette anni che afflissero il mondo dei gentili al tempo di Giuseppe come una prefigurazione di quel periodo, futuro, di sette anni che sarà il momento della tribolazione della settantesima settimana di Daniele. Questa è la visione profetica avuta da Giuseppe. Come Nabucodonosor fece interpretare la sua visione a Daniele, l’uomo di Dio, così il Faraone fece interpretare la sua visione a Giuseppe, un altro profeta dalle stimate capacità. Così come i saggi, i maghi e gli astronomi di Nabucodonosor non riuscirono ad interpretare la visione del re, così non poterono fare i maghi del Faraone (Genesi 41:8; Daniele 2:1-12).

Essi non riuscirono a fare alcuna interpretazione perché le rivelazioni divine richiedono, per essere spiegate, capacità profetiche come avevano Giuseppe e Daniele, Zaccaria e Giovanni. Ma Dio ha stabilito queste cose per rivelare le Sue meraviglie ai figli degli uomini, ai gentili come agli ebrei.

Le implicazioni profetiche viste in questi sette anni di carestia, anticipano il periodo di tribolazione di sette anni che affliggerà il mondo intero. Si, dal crogiolo della tribolazione, il Dio d’Abramo, Isacco e Giacobbe radunerà insieme i Suoi DUE testimoni, così come fece al banchetto di Giuseppe con gli ebrei (Israele) e gli egiziani (i gentili salvati da Giuseppe, cioè la Chiesa).

Egli rivelerà Se stesso ai suoi fratelli (Israele) e, così facendo, si rivelerà completamente alla Chiesa nella Sua unica relazione con il Suo antico popolo. Non vedete il Suo infinito amore e la Sua irresistibile compassione verso Beniamino, Giuda, Ruben, Simeone e tutti gli altri fratelli? Giuseppe non può cambiare ciò che egli è, a dispetto di tutti gli “interpreti” attraverso cui parla! C’è la carestia, c’è la morte, c’è la tribolazione su tutta la terra, eppure c’è anche la salvezza e il cibo attraverso Giuseppe, archetipo del nostro Salvatore che, come Figlio dell’Uomo, sta in piedi in mezzo ai sette candelabri d’oro e provvede quello di cui abbiamo bisogno nel mezzo dell’angoscia. Egli non può celare Se stesso più a lungo, sia Israele che la Chiesa Lo vedranno nella Sua pienezza, in tutto il Suo glorioso amore e la Sua tenerezza. Che possa Egli cadere sulla casa di Israele e baciarli ed essi ricambiare! In questi ultimi duemila anni Egli è stato in casa del Faraone e ha elargito ai gentili le Sue abbondanti provvigioni, fino a quando tutti realizzeranno che solo Giuseppe può salvarli/salvarci tutti. Noi non possiamo più salvare noi stessi, solo il Messia che viene per la seconda volta può provvedere e sostenere durante questa opprimente carestia.

Cari amici, il nostro Giuseppe è determinato. Egli attende i sette anni di carestia su tutta la terra e ha disposto un piano per questo periodo. Egli porterà la casa di Israele e la “casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità” (1 Timoteo 3:15), cioè la Chiesa, di fronte alla Sua tavola, dove si dichiarerà nella Sua pienezza. Non fate calcoli né congetture sulle modalità e sui dettagli della Sua rivelazione, perché solo Lui può farlo; solo Lui può svelarsi e scoprire totalmente la Sua persona. C’è una così vasta e abbondante intensità di amore, che nessun umano può attraversarne l’ampiezza, né scavarne la profondità: è l’amore di Dio che culminerà su tutti i tempi.

“Anche così, vieni Signore Gesù! Vieni, nostro Giuseppe, vieni presto! Prepara Israele, prepara la Chiesa, portaci davanti a Te! Noi attendiamo la Tua piena rivelazione, il Tuo amore, il Tuo nutrimento nel bel mezzo della carestia più grande che il mondo abbia mai conosciuto!”

“Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito […]In quel giorno vi sarà una fonte aperta per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme, per il peccato e per l’impurità […] Gli si domanderà: «Che sono quelle ferite che hai nelle mani?». Egli risponderà: «Sono ferite che ho ricevuto nella casa dei miei amici»”.

“[…] Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»” (Zaccaria 12:10, 13:1, 6; Matteo 23:37-39).

Un’esegesi assai inverosimile, direste voi, della collaborazione dei due testimoni di Apocalisse 11. Quanto “fuori tema” sono andato? Bene, amici miei, investigate i passi delle Scritture in cui sono dette queste cose! E quelli che conoscono Giuseppe e la sua salvezza tra i gentili, la Chiesa (che ora comprende una rimanenza di Israele e un vasto numero di gentili), ricordino solo questo:

“Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. Egli allontanerà da Giacobbe l’empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati». Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili […] poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito […] Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto. Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore” (Romani 11:25-29; 1 Corinzi 13:9-10, 12-13).

FINE

PARTE IPARTE IIPARTE III; PARTE IV

Tradotto da Sequenza Profetica con il permesso dell’autore (www.the-tribulation-network.org)