ISRAELE E LA CHIESA

I due testimoni di Apocalisse 11 e Daniele 12

PARTE I

di Doug Krieger

“Poi io, Daniele, guardai, ed ecco altri due uomini in piedi: l’uno su questa sponda del fiume e l’altro sulla sponda opposta. Uno di essi disse all’uomo vestito di lino che stava sulle acque del fiume: «Quando sarà la fine di queste cose straordinarie?» […] «Questo durerà un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo; e quando la forza del popolo santo sarà interamente spezzata, allora tutte queste cose si compiranno» […] «Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra […]

E quando avranno terminato la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà […]

Ma dopo tre giorni e mezzo uno spirito di vita procedente da Dio entrò in loro; essi si alzarono in piedi […] salirono al cielo in una nube e i loro nemici li videro”.

(Daniele 12:5-7; Apocalisse 11:4-5, 7, 10-11)

Introduzione

La settantesima settimana di Daniele trova la sua controparte cronologica in Apocalisse 11, e Daniele 12 ne conferma la sequenza. Il capitolo 11, insieme al 10 che ne è l’introduzione, sono il perno centrale del libro dell’Apocalisse. Le immagini e i simboli “numerologici” utilizzati da Giovanni nell’introduzione alla “profezia dei due testimoni” e alla sofferenza finale (“42 mesi” o tempi, “dei tempi e la metà di un tempo”, “tre giorni e mezzo” o tre anni e mezzo) descrivono un’agonizzante rappresaglia della chiesa alleata con Israele nel crogiolo della settantesima settimana.

Inoltre, un radicale riallineamento di “proporzioni bibliche” tra i figli di Abramo e i seguaci dell’Agnello – tra coloro che cantano il “Cantico dei Mosè” e coloro che cantano il “Cantico dell’Agnello” – è inevitabile sia dal punto di vista spirituale che pratico, date le conseguenze dell’isolamento nella profetica realizzazione del raduno di Israele, come pure per via degli eventi che porteranno e che sono inclusi nella settantesima settimana.

Analizziamo ora il mistero circonda entrambi i testimoni nell’ambito di questi eventi: su ciò che si può affermare con certezza, rallegriamoci e accettiamolo; su ciò che troviamo discutibile, rimandiamone la comprensione, sapendo che è un mistero, o anche un “segreto”, come quello di Giuseppe, che si rivelò soltanto durante i sette anni di carestia che colpirono il mondo intero. In ogni caso, gli eventi ci condurranno insieme, che siamo pronti o meno, nonostante il timore o il sospetto che regnano tra noi.

La rinascita di Israele catapulta i dispensazionalisti, i sostenitori dell’escatologia premillenaria, in un vero e proprio mare di cambiamenti escatologici relativi alla simultanea opera di Dio in Israele e nella Chiesa. In pratica, le argomentazioni relative al “dispensazionalismo progressivo” dovrebbero poter ottenere legittimità sia nell’ambito della teologia che degli studi, mentre  le conseguenti azioni strategiche meritano una seria spiegazione alla luce dell’intervento divino nella nostra imminente storia futura. Le Scritture cristiane ed ebraiche parlano a questo tempo? Io affermo che non solo lo fanno, ma lo fanno con inequivocabile chiarezza rispetto al canone rivelato.

Coloro che fanno parte della “cittadinanza di Israele” vedono, nell’emergenza del paese, sia speranza che confronto profetico con l’immagine vista da Daniele, che si verificherà all’apice del tempo, quando vi sarà l’innesto nell’olivo domestico. Mancare la chiamata profetica della Chiesa, garantita dai suoi antenati profeti all’apice del compimento – basati su scoperte escatologiche spurie fatte all’inizio della fervente attività profetica della Chiesa nel primo ottocento – distrugge l’impegno verso la Parola di Dio e la testimonianza di Cristo, a causa di cui

essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte” (Apocalisse 12:11).

Isolare il “lamento di Giacobbe” da “coloro che sono usciti dalla grande tribolazione” è un affronto a tutti i martiri che gridano da sotto l’altare e, come disse una volta Corrie Ten Boom, coloro che affermano questa teologia sono da considerare (e faremmo bene ad ascoltarla)  i “falsi profeti” della fine dei tempi di cui ci ha parlato Gesù. Ascendiamo ora al “Nascondiglio” di Corrie, e che lo Spirito di Dio e di gloria riposi su di noi!

Durante il secolo trascorso, un risveglio in mezzo al “Popolo del Libro” – accelerato da numerosi cambiamenti nella politica statunitense e nella percezione ebraica dell’evangelismo americano – ha trasformato, finalmente, l’animosità in dialogo amichevole. In ogni caso, l’attuale legame tra evangelici ed ebrei dovrebbe andare oltre i semplici scambi di convenevoli o le discussioni sulle necessità sociali o, a questo proposito, la solidarietà verso la spiacevole situazione geo-politica israeliana, aumentata dall’ascesa del radicalismo islamico in quella regione. È vitale che sia, piuttosto, l’escatologia alla base di questo legame e che ebrei e cristiani colgano l’attimo, formulino degli accordi basati sulla realtà biblica, esplorino la fede comune ed accentuino la loro compatibilità escatologica riconoscendo, allo stesso tempo, le loro tradizionali distinzioni, senza compromessi; e devono farlo in uno spirito di testimonianza rispetto ad un mondo che è sull’orlo del disastro morale e spirituale.

Questo articolo ha lo scopo di mostrare la “rivelazione degli ultimi giorni”, in cui sia ebrei che cristiani attendono l’incoronazione del Sommo Sacerdote Giosuè. Ecco l’uomo il cui nome è il Germoglio (Zaccaria 6)! Realizzando che non è “«per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio», dice il Signore degli eserciti” (Zaccaria 4:6a).

PARTE II; PARTE III; PARTE IVPARTE V

Tradotto da Sequenza Profetica con il permesso dell’autore (www.the-tribulation-network.org)