ISRAELE E LA CHIESA

I due testimoni di Apocalisse 11 e Daniele 12

di Doug Krieger

PARTE III

 

La “natura collettiva” dei due testimoni: simbolismo e numerologia

La stessa chiamata profetica rivolta ad ogni credente nell’Agnello pasquale – Colui che solo è degno di “prendere il libro e scioglierne i sigilli”, Colui che, come il potente messaggero, tuonò e diresse il suo contenuto alle vite di ogni credente che volesse “prendere e divorare il libretto” – deve essere misurata dalla stessa “canna” che sarà lo strumento di misura della Città Santa, la Nuova Gerusalemme (cfr. Apocalisse 11:1 e 21:6)

La somiglianza di queste canne di misura è degna di nota, perché entrambe rappresentano il “possesso divino” di qualcosa che è ben più di un tempio materiale o una città celeste.

La parola greca che indica il tempio (naos) è tipicamente usata nell’Apocalisse nelle sue “ramificazioni spirituali” e giustapposta all’uso che se ne fa nel Vangelo di Giovanni, chiaramente riferita a qualcosa che è si di natura “spirituale”, ma “materiale” nella sua limitatezza. Il discorso di Gesù al tempio, riguardante la riedificazione del suo corpo/tempio (naos) fisico, è riferito al suo stesso corpo, non al tempio di Gerusalemme (che in greco è indicato qui con hieron) (Giovanni 2:22-23).

Quello che Giovanni misura in Apocalisse 11:1 è il “tempio [naos] di Dio e l’altare e quelli che vi adorano”. È essenziale alla comprensione dell’intero capitolo il fatto che le persone che adorano nel tempio sono tesoro e possesso del Signore; ma “il cortile esterno del tempio, lascialo da parte [la parola greca, molto forte, è ‘caccialo fuori’], e non lo misurare, perché è stato dato alle nazioni” (v. 2).

Sia per gli ebrei (il termine “Terzo Tempio” è riferito al popolo dell’inglobamento moderno) che per la Chiesa (1 Corinzi 3:16-17), gli aspetti spirituali del tempio del Signore sono familiari. Questo però non spiritualizza del tutto la fisicità dell’immediata o futura ricostruzione del tempio ebraico, né della sua controparte millenaria, né ciò che riguarda le specifiche dimensioni e la materialità della Nuova Gerusalemme.

Il significato di “cacciati fuori”, che anticamente portava una parvenza di “santità”, è ora considerato, nel crogiolo della settantesima settimana di Daniele, non solo come un essere compromessi (cioè “incirconcisi”, quindi “impuri”), ma addirittura ostili a coloro che vengono misurati con la canna.

Gli antenati di quelli di cui si parla al versetto 2 (coloro che “calpesteranno la città santa per quarantadue mesi”) sono i gentili o più specificatamente, sono convinto, “le potenze mondiali dei gentili” guidate dalla Bestia che viene dal mare. L’uso di “quarantadue mesi”, ci porta direttamente nella questione cronologica della settantesima settimana di Daniele. L’ostilità annunciata contro la “Città Santa” viene compresa e menzionata per la prima volta in Apocalisse 11. L’uso del termine “Città Santa” (cioè la Nuova Gerusalemme) in tutta l’Apocalisse è usato in antitesi alla “grande città di Babilonia” (cioè Babilonia la Grande), e appare molte volte in questo contesto.

Si tratta dunque dell’ostilità dei gentili verso la Città Santa. I successivi confronti con i due testimoni sono immediatamente pronunciati e il loro attacco iniziale può essere paragonato all’amarezza descritta dal potente angelo a Giovanni (Apocalisse 10:9).

Inoltre, il termine “Città Santa” è riferito anche alla “Donna”, la “Sposa”, la “Moglie dell’Agnello” (Apocalisse 21:9) e, nei manoscritti greci più recenti, è vista come la “santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio” (Apocalisse 21:11). La “Donna” è la stessa di Apocalisse 12 e, come Barnhouse conferma:

“La donna non rappresenta solo Israele “dal quale proviene, secondo la carne, il Cristo” (Romani 9:5), ma è il corpo spirituale degli eletti dall’inizio della storia dell’uomo, a cui Dio ha eternamente promesso di vanificare la rivolta di Satana”.

Il punto è questo: la finale manifestazione, il compimento, della Città Santa, la Sposa, la Donna, la Nuova Gerusalemme, è costituita sia da ISRAELE (Apocalisse 21:12: “Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte, e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele”) che dalla CHIESA (Apocalisse 21:14: “Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi di dodici apostoli dell’Agnello”).

Dunque, la “consegna” della Città Santa “alle nazioni, le quali la calpesteranno per quarantadue mesi” è stata aggravata dalla consacrazione del popolo di Dio che è “possesso” dell’Onnipotente e che rappresenta l’autorità divina sulla terra all’inizio della settantesima settimana.

Da qui in poi la sequenza profetica è ben comprensibile, anche perché subito leggiamo:

“Io concederò ai miei due testimoni di profetizzare, ed essi profetizzeranno vestiti di sacco per milleduecentosessanta giorni” (v. 3).

Questa autorità è data dal potenziamento dello Spirito Santo verso la chiamata al pentimento delle nazioni e il suo messaggio, “dolce come il miele in bocca”, sarà interrotto dalla

“Bestia che sale dall’abisso [che] farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà” (v.7).

La panoramica dei fatti profetici contenuti in Apocalisse 11 è impressionante. Le immagini de: la Città Santa, la grande città di Babilonia, i due testimoni, la Bestia che sale dal mare, la resurrezione dei giusti e il rapimento, la proclamazione del Regno e molto altro; vengono inaugurati e sviluppati da qui in poi in tutta l’Apocalisse.

Lo scimmiottamento satanico dell’incarnazione e della resurrezione si concentrano nella Bestia, il cui titolo è “l’Anticristo che deve venire” (1 Giovanni 2:18); ma a metà della settantesima settimana sarà commessa “l’abominazione della desolazione”, di cui parla il profeta Daniele, in cui assisteremo a “la bestia che era, e non è, è anch’essa un ottavo re, viene dai sette, e se ne va in perdizione” (Apocalisse 17:11). È lui (cioè l’Anticristo, il settimo re) che deve “durare poco”, perché “l’ottavo” verrà “dai sette”.

Il breve tempo di cui si parla è l’ascesa dell’Anticristo (Apocalisse 6:1-8, il quarto dei “sette sigilli”, i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”), ma “l’Uomo di Peccato”, la terribile figura nota come “Figlio della Perdizione” – il cui “tempio” (come il “tempio” di Giuda Iscariota venne occupato da Satana quando commise il tradimento, Luca 22:3) sarà una replica dell’Antimessia alla fine dei tempi (2 Tessalonicesi 2:4-12)  – e la Città Santa sarà calpestata dai gentili per quarantadue mesi, guidati dalla Bestia che sale dal mare (cfr. Apocalisse 11:7; 12:17; 13:7).

I due testimoni sono simboleggiati dalle immagini di Zaccaria – eppure in Apocalisse il “sacerdozio” e il “regno” (cioè il Sommo Sacerdote Giosuè e il Governatore Zorobabele) non sono descritti semplicemente come i due “alberi d’olivo” di Zaccaria 4 su entrambi i lati del candelabro – e sono visti come “due olivi (ISRAELE) e due candelabri (la CHIESA) che stanno davanti al Signore della terra” (Apocalisse 11:4).

È innegabile l’identificazione dei due olivi con il “testimone di Israeleper la terra (“due” sta per “spettatore” e “testimone”) come pure, nel contesto dell’Apocalisse, è innegabile interpretare i due candelabri come simboli indicanti la testimonianza della Chiesa per il cielo (Efesini 6:10-13; Apocalisse 1:12-13).

Questi due elementi costituiscono la testimonianza finale contro la grande città di Babilonia, perché l’Apocalisse è il compimento del più grande processo della storia umana davanti al Giudice di tutta la terra, in cui l’Onnipotente chiamerà i suoi due testimoni a parlare contro tutti coloro che hanno legami con Babilonia la Grande e la sua amministrazione, fino alla “fine della loro testimonianza”, ed essi saranno chiamati a pagare, come hanno fatto i profeti in tutta la storia, con le loro vite: “Perché essi non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte” (Apocalisse 12:11).

Apocalisse 11:8 ci dice che i gentili (cioè le potenze mondiali) riconosceranno la natura collettiva della loro testimonianza e menziona “il loro cadavere” (in greco è espresso al singolare), così come il versetto 9 (“i loro cadaveri”); eppure nessuno dei loro nemici “lasciò che fosse posto nei sepolcri” (sempre al singolare). Perché? Perché “questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra” (v. 10b).

La parola greca per “guerra”, nel versetto 7, non è riferita ad una scaramuccia, ma ad un conflitto globale, cioè un’aperta persecuzione “sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore è stato crocifisso” (v. 8). Gerusalemme non si vede da qui, essa è al di sopra, santa, stabile, e non ci si riferisce mai ad essa con “Egitto” (anche se è stata chiamata Sodoma durante il suo declino e la sua apostasia). La stessa Grande Babilonia, che calpesterà la Città Santa, è la stessa grande città la cui “larga via” (Matteo 7:13) crocifisse il Signore di Gloria.

I Suoi seguaci sono chiamati verso Colui che “soffrì fuori dalle porte della città”; “Usciamo quindi fuori dall’accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. Perché non abbiamo quaggiù una città stabile” (Ebrei 13:11-14).

Così gli stessi “popoli, nazioni, lingue e re” a cui Giovanni ha portato la sua testimonianza profetica, “vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo” (Apocalisse 10:11; 11:9).  “Gli uomini dei vari popoli e tribù e lingue e nazioni […] Gli abitanti della terra si rallegreranno di loro e faranno festa e si manderanno regali gli uni agli altri!” (Apocalisse 11:10).

 

“Molti saranno purificati, imbiancati e affinati”, Daniele 12:10a

Il tormentato appello dei due testimoni e la loro chiamata al pentimento, è costante, senza compromessi, e priva di ostacoli durante l’ascesa dell’Antimessia, perché

“Se qualcuno vorrà far loro del male, un fuoco uscirà dalla loro bocca e divorerà i loro nemici; e se qualcuno vorrà offenderli bisogna che sia ucciso in questa maniera. Essi hanno il potere di chiudere il cielo affinché non cada pioggia, durante i giorni della loro profezia. Hanno pure il potere di mutare l’acqua in sangue e di percuotere la terra con qualsiasi flagello, quante volte vorranno” (Apocalisse 11:5-6).

Poiché l’Onnipotente non ha mai condiviso la Sua “divina essenza” con il “primo uomo Adamo”, nemmeno permetterà a del vero fuoco di uscire dalla bocca dell’uomo mortale. Perciò, dobbiamo concludere che questo “fuoco” sia simile alle “lingue di fuoco” viste nella sala al piano superire nel giorno della Pentecoste. Inoltre, le indicazioni di Mosè ed Elia (cioè la “Legge” e i “Profeti”) come i due testimoni potrebbe suonare come biblicamente plausibile. In ogni caso, gli argomenti in questione sono “i cieli e la terra”. Ed è qui che la testimonianza collettiva di Israele (alla terra) e la Chiesa (al cielo) è chiaramente delineata.

Purtroppo però, molti studiosi della Bibbia hanno trascurato l’esplicita allusione alla settantesima settimana di Daniele e la parte finale della “grande tribolazione” (Apocalisse 7:13-17) nell’identificare i due testimoni. Il loro “cadavere” (cioè la loro “aperta persecuzione”) giace esposto ed esibito “sulla piazza della grande città” per “tre giorni e mezzo”, ma “dopo tre giorni e mezzo uno spirito di vita procedente da Dio entrò in loro; essi si alzarono in piedi e grande spavento cadde su quelli che li videro” (Apocalisse 11: 9, 11). Di certo questo è il compimento di Daniele 12:10: “Molti saranno purificati, imbiancati e affinati”.

Questo periodo di “tre giorni e mezzo” è precisamente la seconda metà della settantesima settimana di Daniele, cioè quarantadue mesi o “un tempo, dei tempi e la metà di un tempo” (Daniele 12:7; Apocalisse 13:5-7 e 12:14) o anche milleduecentosessanta giorni; e completa la parte finale della heptad profetica. Inoltre, la loro pubblica ascensione corrisponde sia alla “resurrezione dei giusti” che al “rapimento della chiesa” (Daniele 12:2a e 1 Tessalonicesi 4:13-17). “Ed essi udirono una voce potente che dal cielo diceva loro: «Salite quassù». Essi salirono al cielo in una nube e i loro nemici li videro” (Apocalisse 11:12) (La stessa nuvola shekinah fu presente all’ascensione di Colui che ora siede come l’Uomo nella Gloria e che tornerà “nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo” – Atti 1:9-11, n.d.a.).

Dopo, e solo dopo, si udirà il suono della settima tromba e la proclamazione del Regno: “Poi il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli». “E i ventiquattro anziani [cioè dodici di Israele e dodici della Chiesa] che siedono sui loro troni davanti a Dio, si gettarono con la faccia a terra e adorarono Dio” (Apocalisse 11:15-16).

Questa restrizione non permette una esposizione completa. Comunque è sufficiente dire che la grande moltitudine di Apocalisse 7:9, che viene fuori dalla grande tribolazione (Apocalisse 7:14), rappresenta coloro che mantengono la “Parola di Dio” (Israele) e hanno la “testimonianza di Gesù” (la Chiesa) (Apocalisse 1:9b); sono i “due olivi” (la Chiesa) e i “due candelabri” (Israele) (Apocalisse 11:4); sono coloro che “osservano i comandamenti di Dio” (Israele) e “custodiscono la testimonianza di Gesù” (la Chiesa) (Apocalisse 12:17); sono i “centoquarantaquattromila segnati” rappresentanti Israele (Apocalisse 7) e i centoquarantaquattromila “in piedi sul monte Sion” (la Chiesa) (Ebrei 12:22; Apocalisse 14); coloro che “osservano i comandamenti di Dio” (Israele) e “la fede in Gesù” (la Chiesa) (Apocalisse 14:12); coloro che “cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio” (Israele) e il “cantico dell’Agnello” (la Chiesa) (Apocalisse 15:3); e coloro che fanno parte della Sua Sposa, la Nuova Gerusalemme, le cui dodici porte recano scritti i nomi delle dodici tribù dei figli di Israele e le cui fondazioni recano scritti i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello (la Chiesa) (Apocalisse 21:12-14).

PARTE I; PARTE II; PARTE IVPARTE V

Tradotto da Sequenza Profetica con il permesso dell’autore (www.the-tribulation-network.org)