ISRAELE E LA CHIESA

I due testimoni di Apocalisse 11 e Daniele 12

di Doug Krieger

 

PARTE II

Daniele è il fulcro della tensione messianica

L’importanza dell’ispirazione di Daniele per i cristiani è predicata dallo stesso Signore Gesù Cristo, che ribadisce l’autenticità degli scritti del profeta. Due volte, nei Vangeli, Gesù riporta le parole “dette dal profeta Daniele” (Matteo 24:15 e Marco 13:14). La critica sostiene ciecamente l’assenza del nome di Daniele tra i profeti, quindi questo mitico personaggio, menzionato per tre volte, non può essere il Daniele acclamato nelle profezie di Ezechiele. Gesù pone Daniele al fulcro della storia escatologica, confermando le predizioni del profeta riguardo all’Anticristo, durante il discorso sul monte degli Olivi.

Il grande teologo luterano Hengstenberg, viene citato per aver detto:

Ci sono pochi libri la cui autorità divina è così ben confermata nel Nuovo Testamento, e soprattutto da parte dello stesso Signore Gesù, come il libro di Daniele”.

Infatti la settantesima settimana non solo è menzionata da Gesù, ma tanto Paolo che l’Apocalisse di Giovanni basano i loro pronostici sull’Antimessia e sul secondo avvento del Leone di Giuda, sulle dichiarazioni di Daniele (2 Tessalonicesi 2:1-12; Apocalisse 13). Le accurate ricerche di Sir Robert Anderson (ex capo di Scotland Yard) mirano alla critica degli accusatori di Daniele:

Gli studiosi cristiani scrivono per altri studiosi, spinti dal desiderio di chiarire la verità. Il teologo popolare svende le stravaganze dello scetticismo tedesco al solo scopo di illuminare un pubblico facile ad illudersi”.

Il grande vescovo Westcott ha affermato che il libro di Daniele è più utile, rispetto all’emergenza della cristianità, di qualunque altro testo ebraico. La sua antitesi teologica, il professor Bevan, ha a sua volta concesso a Daniele una ancor maggiore credibilità cristiana – a malincuore e inavvertitamente, secondo me – affermando:

Nel Nuovo Testamento, Daniele è menzionato solo una volta [in realtà due], ma l’influenza del libro è evidente ovunque”.

Infine, una rapida lettura dell’Apocalisse rivela l’ovvio: il libro di Daniele è così inscindibilmente legato a quello di Giovanni, che negare il primo significa rinunciare anche alla rivelazione di colui che fu “rapito

dallo Spirito nel giorno del Signore”. Costoro – anche coloro che, con presunzione, contendono e insultano in nome della fede, come il rinomato arcidiacono di Westminister, che degrada il giudizio di Daniele sulle potenze mondiali dei gentili – sono giunti ad un punto dal quale è impossibile giungere a credere, e le loro menti accecate semplicemente rifiutano la verità; così si “rifugiano in una miscredenza che è pura e semplice ingenuità”.

Questa non è una larga introduzione al summenzionato titolo dell’articolo, ma un commento integrale a quello che è forse il più rilevante degli argomenti escatologici relativi al ritorno del Messia. Tuttavia, per dedicarci al cuore della testimonianza dell’Apocalisse, dobbiamo stabilire la centralità delle rivelazioni di Daniele e la serietà spirituale delle loro basi rispetto al canone cristiano e, in particolare, alle conclusioni di Giovanni, in cui tutte le correnti bibliche fluiscono inesorabilmente, l’Apocalisse e il compimento del tempo.

In parole povere, non possiamo ipotecare il contenuto di Giovanni senza il dominio dell’influenza di Daniele sullo spirito dell’esilio. Il trasporto esotico e lo stato di estasi spirituale sarebbero stati del tutto incompleti senza l’intrusione di Daniele nella descrizione escatologica di Giovanni. Quello che lo “Spirito ha detto alle chiese” non è stato detto in uno stato di vuoto rivelatorio. Giovanni era ripieno della “Parola di Dio e della testimonianza di Gesù” (Apocalisse 1:9b); da qui viene la rivelazione di Gesù Cristo e “ciò che lo Spirito dice alle chiese” (Apocalisse 2:7a).

Gli “altri due” sono “i due testimoni

Dunque, non è forse lo stesso che “aveva in mano un libretto aperto e posò il suo piede destro sul mare e il sinistro sulla terra” (Apocalisse 10:2), colui che fu visto da Daniele, che ha scritto:

“Poi io, Daniele, guardai, ed ecco altri due uomini in piedi: l’uno su questa sponda del fiume e l’altro sulla sponda opposta. Uno di essi disse all’uomo vestito di lino che stava sulle acque del fiume: «Quando sarà la fine di queste cose straordinarie?» Udii l’uomo vestito di lino, che stava sopra le acque del fiume. Egli alzò la mano destra e la mano sinistra al cielo e giurò per colui che vive in eterno dicendo: «Questo durerà un tempo, dei tempi e la metà d’un tempo; e quando la forza del popolo santo sarà interamente spezzata, allora tutte queste cose si compiranno»”. (Daniele 12:5-7)?

Se è così, allora chi sono i due uomini in piedi sulle due sponde del fiume? E cosa ha generato una delle loro domande sul “tempo di angoscia, come non ce ne fu mai da quando sorsero le nazioni fino a quel tempo; e in quel tempo, il tuo popolo sarà salvato; cioè, tutti quelli che saranno trovati iscritti nel libro” (Daniele 12:1b)?

Ad attribuire rilevanza e oggettività ai due interviene ciò che è ovvio: le meraviglie descritte dai due uomini non sono fatti di poco conto. Essi rappresentano i due testimoni dei popoli legati “alla fine dei tempi” (Daniele 12:13b) e, in particolare, “la tribolazione, la liberazione, la resurrezione, il giudizio e la purificazione” contenuti all’interno delle parole “nascoste e sigillate sino al tempo della fine” (Daniele 12:9). Le loro non sono frasi dette a caso, il

tempo, dei tempi e la metà d’un tempo; e quando la forza del popolo santo sarà interamente spezzata, allora tutte queste cose si compiranno

è riferito a loro (Daniele 12:7).

La testimonianza profetica è individuale e collettiva

La domanda di Daniele su “quando sarà la fine di queste cose straordinarie?” viene accolta nel totale silenzio cosmico,mentre la moltitudine dei fatti profetici di Giovanni viene resa nota a tutti; e chiunque voglia è invitato a entrare nella schiera dei beati che leggono e “che ascoltano le parole di questa profezia e fanno tesoro delle cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino!” (Apocalisse 1:3). Ora, “Non sigillare le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino” (Apocalisse 22:10). Eppure, Giovanni udì una voce dal cielo che gli disse: “Sigilla le cose che i sette tuoni hanno dette, non le scrivere” (Apocalisse 10:4).

“Poi vidi un altro angelo potente che scendeva dal cielo, avvolto in una nube; sopra il suo capo vi era l’arcobaleno; la sua faccia era come il sole e i suoi piedi erano come colonne di fuoco. Egli aveva in mano un libretto aperto [cioè un rotolo] e posò il suo piede destro sul mare e il sinistro sulla terra; poi gridò a gran voce, come un leone ruggente; e quand’ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire le loro voci” (Apocalisse 10:1-3).

Giovanni non scrisse quello che fu gridato dai sette tuoni – l’imminente Ira dell’Agnello – perché il libro dai sette sigilli venne aperto da Colui che solo è degno – Egli porterà il perfetto e fragoroso completamento del giudizio finale, annunciandolo attraverso di te!

Colui che ha creato il cielo, la terra e i mari ha asserito che non ci sarebbe stato più indugio riguardo alla fine del tempo (Apocalisse 10:6), poiché il suono dell’ultima tromba del settimo angelo sta per essere udito, e allora “si sarebbe compiuto il mistero di Dio, com’egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti” (Apocalisse 10:7). Ma ora, colui che, come Daniele, non ha mai preteso il titolo di profeta, viene, allo stesso modo di Geremia ed Ezechiele, costretto:

Va’, prendi il libro che è aperto in mano all’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra” (Apocalisse 10:8).

Allora Giovanni prese il libro e il potente angelo gli disse: “Prendilo e divoralo: esso sarà amaro alle tue viscere, ma in bocca ti sarà dolce come miele” (Apocalisse 10:9b). Di seguito leggiamo: “Presi il libretto dalla mano dell’angelo e lo divorai; e mi fu dolce in bocca, come miele; ma quando l’ebbi mangiato, le mie viscere sentirono amarezza”. (Apocalisse 10:10). Ed è qui che lo straordinario significato della descrizione di Giovanni investe ogni credente che professa il Nome: “Poi mi fu detto: «È necessario che tu profetizzi ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re»” (Apocalisse 10:11).

Il messaggio è diventato il messaggero. La profezia è gridata dal profeta.

La Storia di Cristo di Giovanni Papini fa luce sul contributo degli ebrei nella storia:

“L’india ebbe i suoi asceti, che si nascosero nel deserto per conquistare il corpo e annegare l’anima nell’infinito. La Cina ebbe i suoi saggi, pacifici anziani che insegnarono la morale civile al popolo lavoratore e agli imperatori. La Grecia ebbe i suoi filosofi, che nei loro portici ombreggiati escogitarono armoniosi sistemi e dialettici trabocchetti. Roma ebbe i suoi avvocati, che incisero su tavole di bronzo, per tutti popoli e per i secoli a venire, le regole della più alta giustizia, imponibili da coloro che comandano e controllano. Il popolo ebraico ebbe i suoi profeti, che parlarono del futuro, ma non solo di questo. Essi preannunciavano cose non ancora accadute, ma allo stesso tempo ponevano mente al passato. Essi possedevano il tempo nelle sue tre fasi: decifravano il passato, illuminavano il presente e minacciavano il futuro. Il profeta ebraico è una voce che parla o una mano che scrive, una voce che risuona nei palazzi reali o nelle caverne dei monti, sui gradini del tempio o nei quartieri della città. È una voce che prega, un preghiera che minaccia, una minaccia che diventa speranza divina. Il suo cuore è afflitto, la sua bocca è piena di amarezza, il suo braccio è alzato e punta verso la punizione imminente. Egli soffre per il suo popolo e lo vitupera; lo punisce affinché sia purificato”.

Il giudizio lanciato con i sette tuoni è diventato la sostanza e il messaggio del profeta Giovanni. I cristiani – per quanto inbuona fede le loro esclusioni dispensazionaliste possano essere – ascrivono all’entrata di Giovanni attraverso i cancelli del cielo l’immagine del rapimento della chiesa dalla terra e riducono il corpo di Cristo alla totale irrilevanza profetica durante la settantesima settimana di Daniele (capitoli da 4 a 19). Eppure, la palese personificazione profetica di Giovanni è forse il più singolare archetipo di ogni credente mai esistito. Esso rappresenta la più concreta ingiunzione mai posta ai santi di questa terra: “È necessario che tu profetizzi ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re” (Apocalisse 10:11). Se queste moltitudini non sono su questa terra, e se Giovanni stesso non si trova qui per poter effettivamente profetizzare, allora non ho idea di quale dimensione fisica si possa ascrivere a questo mandato. Il messaggio dei sette tuoni deve essere assorbito nel profondo della vita di ogni credente, ed ogni credente deve rendersi conto che la “vergogna” del messaggio deve essere ingoiata prima dell’assaggio della sua dolcezza. Come canta il vecchio spiritual: Se non puoi sopportare la croce, allora non puoi sopportare la corona!

Il mantello profetico degli ebrei è passato alla chiesa: “Infatti tutti potete profetare a uno a uno” (1 Corinzi 14:31).

Le artificiali divisioni in capitoli oscurano il legame tra Apocalisse 10 e 11, che sono intrinsecamente annodati nel loro intento profetico. Il primo è amministrato individualmente e sottolinea la responsabilità di ogni credente; l’altro progetta una testimonianza collettiva che rappresenta il cuore della testimonianza stessa di Gesù, che è lo spirito della profezia (Apocalisse 19:10). È la vessazione escatologica di quella che Ottman chiama Crux Interpretatum (cioè “la croce e il cuore dell’interpretazione”), che è stata ampiamente manipolata da Policarpo ad oggi. Decifrare il simbolismo e il carattere letterario di questi passi ha lasciato confusa una moltitudine di abili teologi, che hanno ceduto alla rampante speculazione, molti dei quali pieni di false manovre esegetiche miranti ad accreditare i precedenti sistemi teologici che già da soli non avevano bisogno di ulteriore confusione.

Nonostante la preponderanza di inettitudine teologica e di distorsioni, noi dobbiamo a nostra volta impugnare questo divino rompicapo, con sistematicità e con la preghiera, avendo già, nella nostra esperienza, i menzionati “rombi” dei sette tuoni e la loro profetica esortazione riguardo alla vita di ognuno di noi. L’essenziale “ebraicità” che appare alla lettura immediata del testo non esclude in nessun modo la partecipazione della Chiesa, né, come fanno vari commentatori di questo capitolo con lo stesso sistema, ne stabilisce l’esclusività, relegando la tumultuosa prova di Israele, e la seguente salvezza nazionale, al termine del tempo presente.

Di nuovo, l’erede della profezia consegna il libretto ai vangeli ebraici e preferisce la loro sofferenza alla sua stessa “beata speranza”. Nella migliore delle ipotesi, una casuale ermeneutica, nella peggiore, il terribile antisemitismo. Ma non dovrebbe la stirpe di Abramo meritare la sua apprensione?

Apocalisse 11 lascia perplessi incolti e studiosi, santi e scettici. Ciò che appare come fraseologia disgiunta e simbolismo tortuoso lascia il lettore vagare in ogni direzione che sembri più conveniente ed esotica, purché si arrivi al capitolo 12, eppure noi non siamo sicuri neppure di quest’ultimo!

La reclusione in alcune pagine di deliberazioni non aiuta certo a guadagnare il tempo e lo spazio per sciogliere il nodo gordiano di confusione che circonda l’identità dei due testimoni; eppure, essi sono identificabili con precisione.

Il “dispensazionalismo progressivo”: distinzioni e collaborazione divina

Se un certo numero di presupposti di “dispensazionalismo progressivo” può essere seriamente preso in considerazione, senza porre limiti all’identità sia delle responsabilità o delle promesse di Israele, sia della chiamata e testimonianza della chiesa, allora si può certamente considerare quello che Robert Gundry dice riguardo a ciò che egli stesso definisce “transizioni dispensazionali”:

“Nella questione cronologica concernente il rapimento, gli argomenti relativi alla dispensazione si concentrano nel campo dell’ecclesiologia. Un assoluto silenzio nell’Antico Testamento riguardo al tempo presente, un totale distacco della chiesa dal divino programma riguardo ad Israele e una chiara rottura tra le dispensazioni, sarebbero argomenti a favore del pre-tribolazionismo: la Chiesa non sarebbe così direttamente collegata alla settantesima settimana di Daniele, o periodo della tribolazione, un momento che riguarderà, dunque, solo Israele. Ma una rivelazione parziale del tempo presente nell’Antico Testamento, una connessione (non necessariamente un’identificazione) tra Israele e la Chiesa e un cambio dispensazionale che coinvolga un periodo di transizione, aprono la porta alla presenza della Chiesa durante la tribolazione” (cioè al post-tribolazionismo).

In breve, una crescente realizzazione del “rapporto di transizione” potrebbe, come fece alla nascita della Chiesa, spezzare l’esclusività sia di Israele che della Chiesa stessa, ma per quale divino proposito? Qui giace la risposta a questo controverso dilemma escatologico, ma una volta risolto, esso può aprire la porta ad un dialogo ben più che civile, alla discussione e alla comprensione ed accettazione teologica.

No, ben più alta è la posta in gioco. Perché se la Chiesa sta affrontando il cruciale momento di accettazione della testimonianza contro la “grande città di Babilonia” e la lungamente attesa “fine dei giorni” di Israele, come annunciato da numerosi profeti, per non parlare della specificità delle dichiarazioni di Daniele sulla sua “tribolazione” e “liberazione”, per dirne solo due; allora dobbiamo credere che le Scritture non sono affatto silenziose riguardo a queste dinamiche conclusive.

 

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Tradotto da Sequenza Profetica con il permesso dell’autore (www.the-tribulation-network.org)