Muovere i primi passi verso la comprensione della sequenza profetica (VII parte)

Affascinante. L’esposizione di Matteo 24-25 ha generato una pletora di risposte. Alcuni si offendono e s’indignano al solo pensiero che la tribolazione li stia attendendo (cioè coloro che “vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” 2 Tim. 3:12 – e secondo il detto, “Il servo non è più grande del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” – Giovanni 5:20). Con tutto ciò, una trionfante testimonianza sarà il segno distintivo di ogni vero credente negli ultimi giorni—“Molti saranno purificati, imbiancati,” (Daniele 12:10). Questo ritratto finale vuole illustrarci il principio secondo il quale il servizio agli altri equivale al servizio reso al Signore, e che servire gli altri (con lo Spirito di Cristo che è la vita nostra) servendo il Capo della Chiesa, il nostro Signore Gesù, vuole anche dire avere una ricompensa eterna!

di D. R. Shearer

La parabola delle pecore e dei capri

Matteo 25:31

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso.

Siamo ora pronti per la sesta e ultima parabola, “le pecore e i capri”, la seconda delle due parabole parentetiche che formano l’inclusione (vedi IV parte) e come la parabola del diluvio (la prima parabola di “parentesi”) è rivolta al genere umano nella sua totalità. Ne consegue, che in questo brano la questione del “premio/retribuzione” non è rilevante perchè il tema predominante è il vangelo: coloro che gli danno ascolto saranno salvati, coloro che lo rifiutano saranno dannati, molto semplice.

Laddove la parabola del diluvio ruota attorno al tema della vigilanza e del giudizio, la parabola delle pecore e i capri si ferma sul giudizio ed omette la vigilanza. Perché? Perché con essa si raggiunge il culmine di tutta la storia della redenzione, dove la vigilanza, non è più il tema di fondo.

Matteo 25:32-33

E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.

Il giudizio dell’umanità

La parabola si apre con Gesù assiso in giudizio e davanti a lui sono convocate tutte le nazioni della terra.

E tutte le genti saranno riunite davanti a lui Matt. 25:32a

La parola greca tradotta con “genti” è “εθηνοζ”, termine con il quale si designano le nazioni dei gentili, ma il contesto in cui è inserita spinge il suo significato al di là di questo concetto per andare ad abbracciare l’intero genere umano. È lo stesso significato che si trova in Luca 24:47…

… e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti (“εθηνοζ”), cominciando da Gerusalemme.

… e in Atti 17:26 …

Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni (“εθηνοζ”) degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione.

Chiaramente, il significato che Luca ha in mente in entrambi i versi (Luca 24:47; Atti 17:26) è collegato al genere umano (composto da giudei e gentili), lo stesso che Gesù ha in mente in Matteo 25:32.

La tempistica non è questione rilevante

La scena qui dipinta con questa parabola finale ha a che fare con ben altro che uno specifico evento del futuro. È una questione più astratta. Per certo è localizzabile alla conclusione di tutte le epoche, ma esattamente a che punto non ci è rivelato. Coloro che fanno della tempistica una questione rilevante vanno incontro a enigmi che non possono essere risolti. Semplicemente, non ci sono sufficienti informazioni che possano permetterci di produrre ricerche esaustive.

Invece, il punto focale di questa parabola è il VANGELO e la sua importanza e che cosa uomini e donne hanno fatto di esso, poiché da quello che hanno fatto del messaggio del vangelo si determina il loro eterno destino.

Una separazione

ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 
Matt. 25:32b-33

Gesù comincia a separare questa massa enorme di persone in due gruppi ben distinti, ponendo le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Questo avviene perché il vangelo in sé è sempre bidimensionale, comprendendo sia …

  • una giustizia basata su meriti che conduce all’ira e
  • una salvezza basata sulla grazia che conduce a vita eterna …

… presagio di quello che segue nel racconto.

Matteo 25:34-39

Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?

Nel verso 34 Gesù si gira verso le pecore alla sua destra e le invita ad entrare nel “regno”. In questa ultima parabola, che pone enfasi sul vangelo in relazione a tutto il genere umano, la parola “regno” (βασιλεια) è carica di un significato che va oltre al concetto di regno millenale. È una parola più inclusiva implicante, fondamentalmente, la salvezza in senso lato. Il concetto è simile a quello che troviamo in Matteo 13:19.

Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada.

In questo passo, quando Gesù parla di “parola del regno”, è come se stesse dicendo “la parola della salvezza”. In Matteo 25:34 abbiamo proprio questo, cioè che Gesù sta invitando le pecore alla sua destra nella gioia della salvezza, nella benedizione preparata per loro fin dalla fondazione del mondo.

Merito o grazia

Alla luce di quanto sopra potrebbe apparire che la salvezza nella quale le pecore sono invitate ad entrare sia basata su dei meriti personali, ma ciò va contro ogni dogma della fede cristiana. Infatti la salvezza non si fonda su meriti, ma sulla grazia e misericordia di Dio ed è totalmente immeritata. Nessun’altra dottrina delle fede cristiana è più centrale di questa. Paolo ne fa la somma in Romani 3:24:

… ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

Alcuni commentatori suggeriscono che il verso 34 favorisca l’interpretazione del merito derivante dalle opere compiute e elencate di seguito dal verso 35 fino al 39. Ma questo è solo un voler allungare questo concetto, e, anche se il verso 35 comincia con una congiunzione, “perché”, e sintatticamente parlando i versi da 35 a 39 dovrebbero essere intesi come la spiegazione del 34, diremo che il verso 34 è  collegato solo casualmente ai versi 35-39 e che la spiegazione risiede altrove.

Il modello interpretativo di Matteo 10:7-15

Qui siamo di fronte ad una metonimìa (una sostituzione di un termine proprio con un altro apparentemente allo stesso campo semantico, che abbia col primo una relazione di contiguità logica e materiale) tratta da Matteo 10:7-15, dove Gesù da mandato ai suoi discepoli di andare e predicare il vangelo per tutto Israele, di villaggio in villaggio e di città in città. È il primo viaggio missionario dei discepoli e le istruzioni di Gesù sono molto precise …

Andando, predicate e dite: “Il regno dei cieli è vicino”. Guarite gli ammalati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non provvedetevi d’oro, né d’argento, né di rame nelle vostre cinture, né di sacca da viaggio, né di due tuniche, né di calzari, né di bastone, perché l’operaio è degno del suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio sarete entrati, informatevi se vi sia là qualcuno degno di ospitarvi, e abitate da lui finché partirete.

Quando entrerete nella casa, salutate. Se quella casa ne è degna, venga la vostra pace su di essa; se invece non ne è degna, la vostra pace torni a voi. Se qualcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico che il paese di Sodoma e di Gomorra, nel giorno del giudizio, sarà trattato con meno rigore di quella città.

Al verso 7 leggiamo che Gesù comanda ai discepoli di predicare un messaggio ben specifico:

il regno dei cieli (la salvezza) è vicino”.

Andando, predicate e dite: “Il regno dei cieli è vicino”. Matt. 10:7

… ma mentre Gesù va avanti con le sue istruzioni, il “messaggero” diventa il “messaggio”, fino a che non si arriva al verso 14 …

Se qualcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi.

Nell’aver rigettato il “messaggero” costoro hanno rigettato il “messaggio”. Allo stesso modo, avendo ricevuto il “messaggero” (versi 11-13) e provveduto ai suoi bisogni, hanno abbracciato il “messaggio” del vangelo. Ancora una volta, il messaggero è diventato il messaggio. È una modalità di sostituzione semantica propria del linguaggio retorico della metonimìa (una sostituzione di un termine proprio con un altro appartenente allo stesso campo semantico, che abbia col primo una relazione di contiguità logica e materiale).

La parola “degno” in Matteo 10

Infine, considerando il fatto che la parola “degno” (“αξιος”) di Matteo 10 ha causato molta confusione interpretativa, occorre far luce sul significato di questa parola del verso 11 …

In qualunque città o villaggio sarete entrati, informatevi se vi sia là qualcuno degno (“αξιος”) di ospitarvi, e abitate da lui finché partirete.

È una parola che riflette una serie di significati, incluso il merito, ma anche l’adeguatezza e l’appropriatezza e che trasmette anche il senso di “equivalenza”. In questo caso, l’adeguatezza e l’appropriatezza sono i significati più adatti. Perciò, quello che Gesù sta dicendo è molto semplice, …

“Quando arriverete in una città, cercate di capire chi sia più adeguato per il vangelo”, in essenza, “chi sia più aperto al vangelo, e lì fermatevi”.

La versione della Bibbia “God’s Word” (pur con i suoi limiti) ci presenta il corretto significato …

Quando andrete in una città o in un villaggio, cercate le persone che vi ascoltano. State con loro (in quel luogo) finchè non partirete.

In breve, Gesù non sta dicendo in Matteo 10 che i suoi discepoli devono cercare persone degne, ma semplicemente persone aperte al vangelo.

Applicazione di Matteo 10:7-15 a Matteo 25:35-46

Come nel caso di Matteo 10:7-15 il messaggero è il messaggio, così in Matteo 25:35-46 i messaggeri, chiamati “miei minimi fratelli”, sono il messaggio. Essi personificano il messaggio. In rappresentanza di tutti i credenti fedeli e coraggiosi di tutta la storia, malgrado la persecuzione e le sofferenze ad essa correlate, hanno vissuto per vedere la bontà e misericordia di Dio, sapendo che lui non vuole che nessuno di loro perisca. Dar loro ascolto equivale ad accettare il messaggio del vangelo. Ancora una volta abbiamo una classica metonimìa.

I “Miei minimi fratelli” in Matteo 25:35-46

Ora siamo pronti per considerare un verso che è stato al centro di numerose controversie, il verso 40, con i Pre-tribolazionisti da un lato che insistono che la parola “fratelli” abbia una radice etnica che starebbe a significare i “fratelli giudei” di Cristo …

Matteo 25:40

E il re risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”.

… e dall’altro coloro che sostengono che qui Gesù stia parlando dei gentili non salvati sopravvissuti alla Tribolazione, i quali, sebbene non salvati, saranno di aiuto ai giudei durante quei terribili sette anni di angoscia, e per questo, riceveranno il privilegio di essere annoverati tra i cittadini del regno del millennio.

Ma tutto questo non regge, perché ci ripetiamo: la sesta e ultima parabola non ha a che fare con nessun tipo di ricompensa, ma esclusivamente col vangelo in sé e con quello che gli uomini di tutte le età vi hanno fatto, e non solo durante il periodo di Tribolazione …

  • se vi avranno aderito saranno salvati o
  • se lo avranno rigettato saranno dannati.

Il verso 46, che completa la parabola, non lascia spazio al dubbio.

Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna”.

L’espressione “vita eterna” è ovviamente sinonimo di “salvezza”. Quindi, non si tratta di una ricompensa di qualche tipo, ma di salvezza vera e propria, di vita eterna, del dono che Dio concede a tutti coloro che riconoscono i propri peccati e che gridano a lui per avere misericordia.

Matteo 25:41-46

Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste”.

Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: “Signore, quando ti abbiamo visto aver fame, o sete, o essere straniero, o nudo, o ammalato, o in prigione, e non ti abbiamo assistito?” Allora risponderà loro: “In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me”. Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna».

Anche qui, ciò che gli uomini hanno fatto ai messaggeri ci dice quello che hanno fatto col messaggio, col vangelo di Cristo da loro predicato. Come hanno disprezzato il messaggero, così hanno disprezzato il vangelo. Avendo disprezzato il vangelo, il loro destino è segnato e il giudizio pronunciato nei loro confronti verrà attuato.

Mettiamocela tutta

Non ci sono scuse per mancare quello che Dio ha preparato per coloro sono chiamati a vincere. Dio ha provveduto tutto il necessario: ha perdonato i nostri peccati, ci ha adottati come veri figli e figlie, ha dato senso alle nostre vite e ci ha potenziati con il suo Santo Spirito, sta al nostro fianco e ci prende per mano promettendoci di non lasciarci né abbandonarci. Così, mettiamocela tutta, e corriamo verso la linea finale di traguardo avendo speso tutto di noi per colui che ha speso tutto di sè per noi.

Salvezza e ricompensa

Le sei parabole che seguono il resoconto di Gesù sulla Tribolazione vengono spesso esposte isolatamente l’una dall’altra. Questo approccio ha condotto a grossi fraintendimenti circa le vere intenzioni di Gesù. La prima similitudine (quella del fico) fa da preludio alla seconda e alla terza parabola. Il gruppo di parabole che vanno dalla seconda alla sesta danno vita ad una inclusione (dove la seconda e la sesta sono le parentesi, mentre la terza, la quarta e la quinta parabola si trovano dentro questa parentesi). Tutte e cinque le parabole che formano l’inclusione ruotano intorno ad un unico argomento, il giudizio, con le parabole parentetiche che parlano di salvezza e di ricompensa. In sintesi, il giudizio che si concentra sulla salvezza circonda e copre il giudizio che si concentra sulla ricompensa.

FINE DELLA SERIE

I parte

II parte

III parte

IV parte

V parte

VI parte

Riproduzione concessa dall’autore per Sequenza Profetica