Muovere i primi passi verso la comprensione della sequenza profetica (VI parte)

Siamo giunti alla quinta parabola della nostra serie.

Nella prima parabola indirizzata ai credenti, quella dei due servitori, il fedele e l’infedele, Gesù insiste sull’attenzione che i credenti devono avere per i segni che precedono la Tribolazione e la sua seconda venuta, perché senza l’adeguata vigilanza si corre il rischio di non essere pronti.

Nella parabola successiva invece, quella delle dieci vergini, Gesù pone enfasi sul tipo di relazione che i credenti hanno con Lui. Senza coltivare un intimo rapporto con il Signore, anche se si riconosce il grido dello sposo, non si può rispondere adeguatamente al commando successivo a uscirgli incontro.

In questa terza parabola, quella dei talenti (anch’essa rivolta ai credenti), Gesù mette in evidenza un terzo criterio di valutazione: il servizio cristiano.

La parabola dei talenti – il servizio del Cristiano

di Douglas R. Shearer

Matteo 25:14-15

«Inoltre il regno dei cieli è simile a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno; a ciascuno secondo la sua capacità; e subito partì. Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni».

Il concetto è molto chiaro. Gesù sta anticipando che dopo la sua dipartita egli avrebbe lasciato in carico ai credenti (nessuno escluso!) tutti i suoi beni. A ciascun lavoratore infatti, sarebbe stata affidata una pozione dei beni del suo signore.

Notiamo bene che i “beni” affidati ai servi, non sono elargiti in termini di proprietà personale, ma sono dati sotto forma di liquidità, cioè in contanti. Questo implica che ai servi non è richiesta la mera custodia, bensì un guadagno a fronte di un investimento. Questo è in linea con quello che leggiamo nel verso seguente dove si parla di far “fruttare” il talento.

Ma ciò che è più interessante è la somma di denaro affidata a ciascun servo: un “talento”, un’unità di moneta comune al tempo di Gesù, la cui stima era equivalente a diverse migliaia di denari (un denaro era la paga per una giornata di lavoro – Matteo 20:2). Pertanto, per una persona ordinaria un singolo talento ammontava al valore di tanti anni di lavoro.

Alla luce di questo, è difficile identificare il senso preciso dato da questo dettaglio. Tuttavia può significare che le risorse da Dio affidate a ciascun credente (pur poche che possano essere) sono comunque più di quanto noi potremmo possedere da soli; che con queste risorse a disposizione non ci sono scuse (per nessun credente) per non presentare un ritorno a fronte di un investimento. Se trafficato come si dovrebbe, ciascun talento avrebbe potuto procurare un’esatta somma come guadagno …

… tu avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, al mio ritorno, l’avrei riscosso con l’interesse. Matteo 25:27

Oltre a questo Gesù fa ben capire che a nessun credente viene richiesto qualcosa di più di quanto permettano le proprie abilità …

… a ciascuno secondo la sua capacità. Matteo 25:15

Non ci sono scuse per un fallimento nel tipo di investimento.

Matteo 25:16

Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Similmente anche quello dei due ne guadagnò altri due.

Anche qui non si tratta solo di una questione di vigilanza e protezione di quello che si è ricevuto, perchè da un credente ci si aspetta anche che traffichi col talento affidatogli, cioè che abbia un ritorno sotto forma di guadagno a seguito di un investimento fatto per l’avanzamento degli interessi del suo signore.

Al verso 16 si legge che il servo al quale sono stati dati cinque talenti ne guadagna in cambio altri cinque. Allo stesso modo, il servo dei due talenti ne riceve altri due. In altre parole, entrambi i servitori portano a buon fine il compito loro assegnato per l’avanzamento degli interessi del loro signore.

Il terzo servo tuttavia è diverso.

Matteo 25:18

Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò, fece una buca in terra e nascose il denaro del suo signore.

Invece di investire le risorse che il suo signore gli aveva affidato, egli le nascose. Questo significa che aveva ignorato le sue responsabilità nell’avanzamento degli interessi durante l’assenza del padrone.

Matteo 25:19

Ora, dopo molto tempo, ritornò il signore di quei servi e fece i conti con loro.

Alla fine, il padrone ritorna per fare i conti con i suoi servi. Nel greco originale, “conti”  è “λογοζ”, una parola che sta a significare che il padrone fece i conti con i servitori al fine di una valutazione del loro servizio.

Qui la seconda venuta è legata al giudizio (le due cose vanno a braccetto).

Matteo 25:20-23

E colui che aveva ricevuto i cinque talenti si fece avanti e ne presentò altri cinque, dicendo: “Signore, tu mi affidasti cinque talenti; ecco, con quelli ne ho guadagnati altri cinque”. E il suo signore gli disse: “Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore”. Poi venne anche colui che aveva ricevuto i due talenti e disse: “Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, con quelli ne ho guadagnati altri due”. Il suo signore gli disse: “Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore”.

I primi due servi

Quando il loro signore si presenta i primi due servi riferiscono d’aver utilizzato le risorse ricevute per guadagnarne altre in vista dell’avanzamento dei suoi interessi. In entrambi i casi, il padrone chiede conto della loro fedeltà e siccome sono stati fedeli li definisce “buoni”. In altre parole, un servo fedele è un servo “buono” e un servo buono è un servo “fedele”.

Notiamo inoltre a cosa ha dato il diritto l’esser stati dei buoni e servi fedeli …

  • Venne loro concesso di regnare (ciò ci permette di dire che un credente fedele che lavora per l’avanzamento degli interessi di Cristo sarà elevato a posizione di autorità nel regno del Millennio).
  • Ricevettero l’invito ad entrare nella gioia del loro padrone (ammessi nel circolo esclusivo riservato ai credenti fedeli).

È esattamente ciò che abbiamo imparato dalle parabole precedenti. Non c’è differenza!

Il terzo servitore

Da qui, Gesù passa dalla descrizione del glorioso futuro dei credenti fedeli alla rappresentazione del futuro di tenebre che attende i credenti infedeli.

Matteo 25:24-25

Infine venne anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, io sapevo bene che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; perciò ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco te lo restituisco”.

Anche il terzo servitore è chiamato a dar conto del suo. Nel suo discorso, non solo descrive quello che ha fatto, ma fa anche capire le motivazioni. Entrambe le cose sono sconcertanti, perché si legge …

…. io sapevo bene che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso … Matteo 25:24

La scusa del servo

Innanzitutto egli comincia il suo resoconto con un commento sul carattere del suo signore. Si osservi che né il primo, né il secondo avevano pronunciato alcun commento. Questa è solo una caratteristica del terzo servitore che accusa il padrone di essere un uomo aspro. La parola greca tradotta con “aspro” è “σκληροζ”, che significa non solo duro, ma anche violento.

Ma egli non si ferma qui perché prosegue con un’accusa di sfruttamento …

che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso

… volendo così far notare che il suo signore si era approfittato di loro per l’avanzamento dei suoi interessi personali, senza badare minimamente ai loro di interessi.

E questo non è solo che il preambolo di quello che dice in seguito …

… perciò ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco te lo restituisco. Matteo 25:25

Ho avuto paura …”, questa è la sua scusa per non aver fatto niente con le risorse affidategli dal suo maestro.

Il problema dunque non sta nell’infossare il talento affidatogli (come tanti sostengono), ma nel fatto che con essi non fece niente! Questa è la chiave di lettura della parabola. Non è una questione di infossamento, ma di negligenza, per non aver mosso un dito per l’avanzamento degli interessi del …. SIGNORE.

La risposta del padrone

La risposta del padrone è significativamente istruttiva, intanto perché non evita il commento fatto dal suo servo. Sembra infatti che ritenga inutile tentare di ragionare con chi è già convinto di essere nel giusto. Poi, perché nel permettere al servo di esprimere quella valutazione, il padrone mette in luce il suo carattere patetico, non essendo riuscito a giustificare la sua negligenza.

Matteo 25:26-27

E il suo signore rispondendo, gli disse: “Malvagio e indolente servo, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; tu avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, al mio ritorno, l’avrei riscosso con l’interesse.

Sostanzialmente quello il padrone sta dicendo è …

“Va bene, vediamo la cosa dalla tua prospettiva. Se tu sapevi che io ero un uomo duro, che non tollera niente e molto esigente, perchè non ti sei dedicato con più diligenza al compito che ti avevo assegnato? Tu sapevi che avresti dovuto rendermene conto e che a fronte di una tua negligenza, avresti subito delle conseguenze”.

Le scuse vengono esposte

Dietro alla sua scusa si cela una bieca bugia. Questo servo non era per niente impaurito, altrimenti il suo comportamento sarebbe stato diverso. Si sarebbe speso fino in fondo per portare a termine il servizio assegnatogli, almeno depositando i fondi a sua disposizione in una banca, lasciando ai banchieri il compito di occuparsi del suo guadagno, per quanto poco potesse essere. No, non era un servo impaurito, ma un uomo indolente e malvagio – così come lo dipinge il suo signore …

Malvagio e indolente servo … Matteo 25:26

Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Matteo 25:28

La verità ignorata: gli interessi di Dio

Siamo in presenza di un altro verso chiave, perché nell’affidare il talento tolto a quel servo al servo che ne aveva guadagnati di più, Gesù vuole la attirare la nostra attenzione su una verità spesso ignorata. Dio ha un’opera da portare a compimento, la salvezza dei perduti. Lui è alla ricerca di credenti fedeli che lo aiutino a questo scopo.

In occidente molti cristiani si preoccupano poco degli interessi di Dio tanto sono avvolti, assorti e presi da quelli personali. Quello che Gesù vuole far capire ai discepoli mediante questa parabola è che Dio onora chi “porta frutto”, chi “produce”. È una verità semplice, ma che offende i sentimenti di chi pensa solo che Dio non sia di più di una sorta di un Babbo Natale.

Per molti cristiani la Chiesa rappresenta solo un mezzo per favorire i propri interessi, per salvare le proprie famiglie, per aiutarle al massimo a superare cattive abitudini, per aiutarle ad andare avanti nella vita, e così via. Parte della chiesa non è che diventata un’impresa commerciale volta all’intrattenimento, alla protezione del suo circolo esclusivo e all’avanzamento dei suoi programmi interni.

Una questione di “prodotto” – non di ricompensa

Siamo ora pronti per commentare il verso 29…

Matteo 25:29

Poiché a chiunque ha, sarà dato e sovrabbonderà, ma a chi non ha gli sarà tolto anche quello che ha.

È importante da un lato saper distinguere tra il significato dei versi 21 e 23…

“Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore”.

Matteo 25:21 e 23

… e quello del verso 29, dall’altro, perché,

  • I versi 21 e 23 descrivono la ricompensa che attende i servi fedeli. Qui si tratta della stessa ricompensa per tutti, nonostante i diversi guadagni. È vero che il credente che ha ricevuto cinque talenti da investire ha guadagnato di più di quello che ne aveva due, ma il principio è che ciascuno ha guadagnato esattamente lo stesso ammontare in proporzione, un ritorno del 100%.
  • Il verso 29, d’altro canto è differente, perché quello che viene dato al servitore dei cinque talenti (ora ne possiede dieci) non è un’aggiunta da considerarsi come premio per le sue fatiche, ma sono altri talenti in più, ovvero più risorse a sua disposizione per lavorare. In breve, ancora una volta Gesù mette in luce il principio delineato nei versi precedenti, la produzione, il frutto, il ritorno a fronte di un investimento. Dio ha un’opera da portare a compimento, così egli distribuisce altre risorse solo a coloro che hanno già prodotto tutto quello che potevano produrre …

Poiché a chiunque ha, sarà dato e sovrabbonderà Matteo 25:29

Qui Gesù non si riferisce ad un premio maggiore, bensì a delle risorse in più che consentiranno a chi già aveva fruttato tanto, di fruttare ancora di più.

Ora guardiamo allo stesso messaggio presente anche in Matteo 24:51 e Matteo 25:10-12.

Matteo 25:30

… e gettate questo servo inutile nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti.

Le tenebre di fuori

Siamo giunti di fronte ad un quinto idioma piuttosto inquietante, “le tenebre di fuori”, il quale si inserisce perfettamente nel contesto appena abbozzato da Gesù.

All’opposto, i due fedeli servitori sono ammessi nella gioia del loro signore, mentre il terzo si vede rifiutare questa meravigliosa benedizione. Prendendo in prestito l’idioma del verso 10 possiamo dire che a lui venne chiusa “la porta”, concetto, questo che è perfettamente in linea con la frase “tenebre di fuori” del verso 30. In altre parole, tutti quelli che vengono lasciati fuori rimangono nelle tenebre perché esclusi dalla celebrazione che ha luogo all’interno. Sono tenuti fuori dalla luce e dalla gioia di quel momento così intimo.

Riusciamo ora ad immaginare lo stato di dolore (“pianto e stridor di denti”) che pervaderà questo servo in relazione a questa esclusione?

La parabola dei talenti completa i versi tra parentesi del capitolo 25.

Continua con la VII parte

I parte

II parte

III parte

IV parte

V parte

VII parte

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